Lettori fissi

28/01/21

L'autoradio


 

L’autoradio | 2020

 

Stamani ho portato la macchina in officina.

 

Come se fosse una normale operazione di manutenzione. Almeno questo è quello che ho fatto credere a Lei: la Scenic passo lungo, color grigio sabbia con sfumature dorate, attiva dal maggio duemila quattordici. In realtà l’ho condotta o meglio accompagnata al suo ultimo viaggio su ruote.

 

I motivi sono molteplici e si racchiudono tutti nel numero 472.534; i chilometri segnati sul display. Con tutta la rumba in ordine sparso: gran parte delle spie di pericolo lampeggiano da alcuni anni, Il battistrada delle gomme è talmente consumato che si vedono i filamenti strutturali, gli sportelli cigolano così come gran parte della carrozzeria, il tergicristallo anteriore si è smarrito durante l’ultima grandinata, il serbatoio del gas del sistema di condizionamento si è dotato nel tempo di alcuni fori di aerazione col risultato che all’accensione della ventola circola solo aria calda anche in piena estate, il comando sicurezza bambini è inceppato e quindi le portiere dei passeggeri si aprono solo dal fuori, i liquidi del radiatore e della coppa sono ormai agli sgoccioli e chiedono a gran voce “aggiungi – aggiungi – aggiungi”, la ruota di scorta è uscita dal suo alloggio sotto i sedili supplementari e adesso saltella allegramente tra bagagliaio e sedili, il sistema elettronico del freno a mano non funziona dall’Olimpiadi brasiliane  e a volte durante la stagione fredda  rimane bloccato, lo sportellino del serbatoio si è fidanzato con la pompa della stazione  di servizio di Rovigo e il resto lasciamolo perdere.

 

Casomai merita un pensiero il motore.

 

Intorno ai trecento trentatremila la turbina si riempie d’olio motore e manifesta notevoli problemi di potenza e ripresa. Invece della sostituzione del pezzo mi si propone quella drastica di un motore revisionato e con la metà dei chilometri. Peccato che poi alla fine, dopo un paio di mesi di pene e stridore di denti, ci son voluti altri due motori  e la messa a punto dell’intero sistema per rimettere in pista l’auto.

 

Per la precisione.

 

Prima di scendere mi son ricordato dell’autoradio. Progettavo di smontarla da alcuni giorni ma poi mi son detto che: “Tanto che ci vuole … basta un cacciavite e una forbice ... lo posso fare prima di lasciarla”. Ingenuo. Dopo tredici minuti di maldestri tentativi apro il libretto delle istruzioni dell’apparecchio e scopro con estremo disappunto che questo modello è totalmente sicuro e inattaccabile a qualunque tentativo di asporto, furto o vandalismo che il produttore; fan di Monicelli e per di più nato l’anno di uscita del film; l‘ha battezzata simpaticamente “la Comare”. Assolutamente non asportabile se non previo accesso dal vano motore con rimozione di pezzi vari. Alla fine del paragrafo si consiglia, come minimo, il diploma della scuola Radio Elettra di Torino.

 

“Capperi … sbotto … è talmente sicura che mi tocca lasciarla”.

 

Proprio l’opposto della mia prima. Quelli della mia generazione; adolescenti nei settanta; magari si ricordano. Già dal decennio precedente nelle macchine dei genitori si cominciava a vederne dei modelli, per via dei transistor, ridotti quanto basta per essere installati anche nelle utilitarie dei nostri genitori. Sintonizzazione e volume: due manopole sopra un frontalino con un display centrale a scorrere e alcuni tasti di memoria. Onde medie e antenne lunghissime; i più tamarri le avevano ripiegate dal davanti al dietro. Di solito questi apparecchi viaggiavano accoppiati al magnete con la foto di famiglia e la scritta, in corsivo dorato:“Pensa a noi babbo. Non correre”. Tecnologia e famiglia.

 

Mitico.

 

Naturalmente a quei tempi ce n’erano anche molte senza. In tal caso i guidatori si accontentavano della radio a transistor, con l’antenna telescopica retrattile, da tenere in mano vicino alla testa o tutt’al più con l’auricolare. Tanto bastava per l’ascolto delle partite della domenica pomeriggio. Poi c’erano i Vip anche detti Bellimbusti che; a bordo di spider deca potabili; scorrazzavano sui viali alberati sparando a tutta i successi stagionali con i mangiadischi integrati all’apparecchio. E via tutte le ragazze al ballo con Azzurro, La bambola, Balla Linda e compagnia bella.

 

Che invidia.

 

Solo alcuni anni dopo i settanta rammento di aver visto modelli diversi da quelli del genitore. Uno che ricordo bene presentava, dopo tutti i comandi di una normale radio ricevente, un grosso foro rettangolare dove si inseriva una grande cassetta audio che sparava la musica scelta ascoltata su casse potenti e assolutamente fedeli.

 

Una discoteca su quattro ruote.

 

La tecnologia era entrata a piedi pari dentro il veicolo e l’aveva conquistato. Chiaro che tutto questo nuovo luccichio cominciò ad interessare la malavita di piccolo cabotaggio. Nei parcheggi si cominciarono a notare i primi ladruncoli e i primi vetri rotti con regolare scomparsa di radio e casette. Il lavoro era semplice e senza rischi apparenti: bastava un sasso, un paio di minuti e uno strattone forte. I fili rimanevano attaccati veicolo e la tecnologia volava col mariuolo.

 

Proprio come capitò anche a me.

 

Alcuni anni prima, anche nel nostro paese notoriamente fanalino di coda delle novità elettroniche,  era stata messa a punto la tecnologia con consentiva la modulazione di frequenza; in gergo “effe emme”; e di fatto la nascita della Radio libere. La musica era, come le stazioni radio,  dappertutto. 

 

Anche dentro la mia prima. 

 

Appena dopo la patente mi ero fatto le ossa, ed anche alcune sfregate di carrozzeria,  alla guida della 126 rosso fegato che di normale portava mamma.  Poi arrivò, in esclusiva,  la R4 color sabbia che subito personalizzai con adesivi autoprodotti e l’agognata autoradio acquistata con  la paga di quell’estate impiegato come manovale di cantiere. Il disegno non era particolarmente elegante e anche la marca era sconosciuta; di probabile provenienza coreana; però compreso nel prezzo c’era la novità del momento che ancora non avevano gli amici già autoradio muniti.

 

La slitta per portarsela via.

 

A quel tempo l’invenzione pareva la quadra del cerchio che saltava a piedi pari le beghe del furto: radio, vetro rotto, denuncia ai vigili, rottura di palle in casa,  incazzamenti vari e altro.  E io ero il primo della combriccola che l’avevo.  Un amico carissimo si occupò del montaggio con verifica del funzionamento e dell’estrazione.  Per almeno un mesetto, datosi che ero l’unico, arrivavo al bar direttamente con l’autoradio e la poggiavo sul banco del caffè accompagnato dalla mitica frase - “Il solito”- e dall’altrettanto amichevole augurio  - “Speriamo che te la rubino”.

 

Dai, picchia e mena ad un certo punto il presagio si avverò.

 

Dopo alcuni mesi mi ero stancato di portare in giro tre chili di acciaio, fili e transistor. Il gioco era stato bello ma era finito. Per me e per gli altri. Alcuni si attrezzarono con borse e borselli che, in verità, li facevano sembrare ridicoli con quel peso ciondoloni che sbatteva rudemente sul fianco e a volte produceva escoriazioni e ferite. Allora moltissimi, io con loro, cominciarono a studiare, dopo l’estrazione del ricevitore,  nascondigli alternativi che si ridussero, per le normali utilitarie, a due o tre: sotto il sedile, dentro al cruscotto se abbastanza capiente e munito  di portellino, in zaino militare lasciato a bella posta sul sedile del passeggero facendo conto che eventuale male intenzionato non avesse letto “La lettera rubata”, dentro in cofano motore in apposito scomparto creato dall’amico carrozziere e buon ultimo il vano bagagli.

 

La prima volta usai il sotto sedile.

 

C’era una grande fiera in paese con le giostre, il mercato, ogni genere di leccornie e tanta gente. Ma tanta che non si riusciva mai a trovar parcheggio. A quel tempo tornavo da una giornata di esame ed ero cotto ma avevo appuntamento con l’amata che li stava con il gruppo d’amici. Quindi dopo alcuni peripli della cittadina appoggiai l’auto nel primo posto libero, anche se buio e fuori mano, che trovai. Non potevo certo girare per la festa con la radio e quindi scelsi semplicemente il primo luogo che mi venne alla testa. Spensi la macchina e i fari. Mi guardai intorno con circospezione. Il posto pareva tranquillo e non frequentato. Con un “zic e zac” provai la mossa del mago e andai alla fiera.

 

Al ritorno trovai il vetro posato in terra e il sotto sedile vuoto.

 

Da allora molte altre volte son capitate e altrettante autoradio son volate accompagnando ladri, marioli, rubatori, delinquenti, farabutti, furfante, malandrini, malviventi, manigoldi, borsaioli, borseggiatori, rapinatori, scassinatori, scippatori, taccheggiatori, tagliaborse e chi ne ha.

 

In sintesi alcune di queste con luoghi e circostanze.

 

Firenze; stadio comunale primi degli ottanta. Viola contro Gobbi. Ore 13 in netto anticipo sulla partita ma in tempo per scegliere i quattro posti migliori della Fiesole. Mentre scendiamo ci si passano di mano borse e zainetti e si aprono le portiere compreso il vano dietro. L’idea, come al “gioco delle tre carte” è di confondere eventuali osservatori interessati all’elettronica. La radio è quindi riposta nel portabagagli coperta dal plaid scozzese. Al ritorno si scopre:  serratura forzata e portiera aperta, coperta sotto la macchina e radio in viaggio.

Bari; lungo mare tra Cozze e Mola; millenovecento ottantaquattro.  Con S e T a pesca di ricci. La carreggiata è ridotta dalle auto in sosta che ne occupano una parte. E noi anche secondo lo schema definito “a cazzo di cane”. Ci si spoglia di: vestiti, documenti, pinne fucile ed occhiali. Tutto insomma esclusi i costumi.  Si lasciano in auto a coprire l’autoradio. “Tanto … – dice il nostro ospite – … stiamo giusto il tempo di un bagno. E poi quando vedono l’auto targata Bari non fanno niente.” E infatti al ritorno troviamo la macchina con le cinque portiere aperte. E dentro tutti i vestiti e documenti. Mancava  solo lei. “E vi hanno voluto bene … - ci raccontò il vecchietto seduto li vicino – … di solito ripuliscono tutto tutto”.

Venezia; in una stradina buia e malfamata poco prima di piazzale Roma. Lasciamo qui le macchine per risparmiare sul parcheggio notturno pluriplano. La Ritmo 110 cavalli aveva in dotazione una radio spaziale ultima novità con tanto di musicassette e sei altoparlanti che nascondemmo, al solito, dentro il cruscotto.  Quell’anno novanta il Carnevale era particolarmente ricco di eventi e feste. Eravamo ospiti di certi amici del luogo che si organizzavano in gruppo e si mascheravano truccandosi la faccia. E noi con loro; tutta la notte in giro per “Ombre e cicchetti”; fino all’alba e anche di più.  Alticci e allegri quanto basta per non notare niente di strano fino all’apertura dello sportello quando il vetro in mille pezzi del finestrino dietro comincia a riflettere i primi raggi del sole. Solo allora si evidenzia, appoggiata con grazie sul sedile del guidatore, una pietra sbrecciata e consunta con disegnata l’autoradio con ali.

Il telo di plastica invece del vetro non fu sufficiente nell’Appennino

 

Nel corso dei successivi decenni la tecnica ha evoluto le dotazioni e le strumentazioni dell’apparecchio. Musicassette, woofer, hi-fi, cd, usb, trova stazione, applicazioni le più  fantasmagoriche, info traffico fino alle radio integrate nella plancia di comando dove oramai spadroneggia il computer di bordo con tutti i sistemi di navigazione, connessione senza fili, mappe virtuale, prese Usb, trasmissione digitale e altro. Tutte di nuova generazione.

 

In questo delirio tecnologico combatto da tempo con una  ventenne.

 

Questa è l’età dell’autoradio “Philips DC 614” colore total black con dispositivo di ricerca e memorizzazione canali, svariati tasti di servizio, lettore Cd e frontalino lato destro asportabile.  Totalmente a prova di furto e in perfetta linea con le tecnologie del periodo. Che ha funzionato a dovere fino ad alcuni anni fa quando, all’improvviso e senza dare segni di avvertimento, ha cominciato a far le bizze. All’accensione funziona normalmente. Innesti la marcia e parti. E funziona ancora fino alle prime variazioni della sede stradale. Asfalto ribassato, buca, taglio o dosso tutto fa. Lei tace. Passano alcuni secondi o a volte minuti e riprende a fare il suo mestiere. Altra buca, altra interruzione ed altra ripresa. Come un mantra fuori controllo che funziona a suo piacimento e fa inalberare l’utente che, totalmente imbranato nelle faccende di fili e in verità di molto altro, la conduce all’officina.

 

In realtà dovrei essere più preciso.

 

Sono cinque anzi sei gli specialisti dell’energia elettrica dell’automobile interpellati in tre anni. Elettrauto blasonati con diplomi  e attestati, alcuni anche decorati al valore presso le rispettive Camere del commercio, uno anche laureato a Cipro. Tutti hanno tentato approcci diversi. Chi è sicuro dipenda da un contatto subdolo e maligno, l’altro che sia un difetto di costruzione dell’impianto, uno che possa essere un problema di fusibili e via  dicendo. Il risultato sono con cambi e sostituzioni, tagli e transistor. E fatture pesanti.

 

La meglio è quella del sesto genio della lampada.

 

“Ragazzo lo vuoi un consiglio spassionato? …” 

Io basito; che vado oltre il mezzo secolo e da tempo nessuno mi chiama ragazzo; muovo la testa a significare “Si, grazie”.

Al che rinfrancato il nostro intenditore riprende con : “ … dammi retta ti conviene: Vendi la macchina!”

21/01/21

All'albero rosso del Sodo

 


All’albero rosso del Sodo | 2005

 

L’appuntamento era, come tutte le domeniche, per le sette di mattina all’incrocio dove c’è l’albero.

 

Si ritrovavano insieme oramai da nove mesi; curiosamente il tempo che occorre dall’inseminazione alla nascita; al crocicchio del quartiere. L’appuntamento festivo era una sorta di rito pagano per finire la settimana. La giornata prometteva bene. Il sole del mattino primaverile cominciava a scaldare il corpo e lo spirito. Era il giorno adatto all’ultima riunione della Commissione dell’ornato. Il gran giorno del taglio del nastro e della festa del quartiere.

 

La commissione, formatasi in maniera spontanea e alquanto insolita in questi tempi di villaggi globali ed elettronici dove si incontra su chat la fidanzata ma non sappiamo chi è la persona che incontriamo in ascensore tutte le mattine uscendo dall’appartamento, lavorava oramai da due anni. Il lavoro era servito a organizzare le richieste e a mettere in fila le idee degli abitanti. A incontrarsi con i tecnici dell’amministrazione e con gli architetti. A organizzare la mostra dei lavori e poi sovrintendere al cantiere.

Conoscevano benissimo l’intervento che oggi si bagnava per averlo seguito in maniera pressoché quotidiana durante tutto il corso della passata stagione.

 

Ma però i lavori meritavano un ultimo giro.

C’erano tutti i commissari: Gino il farmacista, Filippo il droghiere, Umberto l’elettrauto, Giovanni il macellaio, Andrea l’imprenditore, Oriano l’operaio, Vanni il barista, Gaspare il prete, Guido il pensionato e buon ultima Lidia la ragazza madre di due piccole pesti.

Iniziarono il percorso dalla Chiesa di via delle Panche.  Il percorso pedonale, in destra alla circolazione delle auto, alberato e ombreggiato da gentili alberelli di  Melo  posti in bell’ordine su due file parallele li accompagnò nella discussione delle notizie fresche di stampa del giornale locale. La squadra della città; tornata nella massima serie l’anno passato; rischiava di scendere nuovamente di sotto e ciò non era ammissibile per i nostri eroi che avevano vissuto i passati tempi del bell’Antonio con le sue splendide giocate e le lotte feroci con la formazione dalla maglie a strisce bianconere.

 

In sinistra al fianco della chiesa la stele di alluminio rosso segnalava l’ingresso al quartiere e raccontava delle attività e delle merci che vi si potevano trovare. La replica di questo oggetto era sparsa in più punti agli altri ingressi dell’abitato; funzionava come una sorta di cartellone pubblicitario con sopra inciso i nomi e i cognomi dei negozi e la sera si illuminava come un lampione.

L’oggetto seriale tentava di rispondere alla dilagante moda, tutta “made in U.S.A., dei centri per il commercio che stavano sorgendo, sempre più, laggiù nella Piana. Voleva essere porta di ingresso al centro commerciale a cielo aperto del Sodo. Una risposta poetica all’aria condizionata delle scatole di cemento piene di sconti e offerte speciali. La spesa sulla strada; com’era la tempo del Vasco -non il cantante della Bassa ma il Pratolini dell’altra sponda dell’Arno- invece della galleria commerciale sul modello inventato dall’altra parte dell’Oceano.

 

Sul davanti della Chiesa; la nuova piazza intitolata al grande Mario poeta e libero pensatore che aveva un tempo abitato questi luoghi; era quasi interamente coperta dal grande velario di tela bianca che sarebbe servito a mettere a tavola le trecento persone previste all’ora del desinare. Le prime massaie arrivavano alla spicciolata e iniziavano i loro compiti. La cucina da campo, gentilmente prestata dalla vicina caserma di Quinto, lavorava a tutto fuoco. Il mangiare prevedeva robe locali. Antipasti misti di crostini neri e salumi nostrali. Ribollita e pappardelle al ragù per i primi. Bistecche con l’osso alte tre dita e cotte alla brace per i secondi. Fagioli zolfini all’olio di frantoio e insalata dell’orto per i contorni. Pecorino del pastore e fave fresche. Pane cotto a legna dal fornaio del quartiere. Vino rosso delle vicine fattorie e acqua di fonte per i beveraggi. Frutta di stagione. Cantuccini col vinsanto e caffè al bricco per finire. Spumante italiano, dolce e secco, per bagnare la festa.

 

Ma continuiamo il nostro percorso. Sul fronte della Chiesa di San Pio decimo e tangente alle scale un percorso carrabile in pietra forte grigia a ricorsi conduce: le macchine alla sosta nel piazzale sul retro e la vista verso le vicine colline.

Il grande alberone, un Cedro piantato appena dopo l’ultima guerra, ombreggiava la seduta rettangolare in travertino bianco di Rapolano. Qui la piazza era scoperta e mostrava la sua tessitura con ricorsi di travertino e campi di pietra marrone rosato. Le bianche panche del viale alberato invitarono alla sosta e alla discussione la Commissione.

I nostri personaggi ricordarono, con piacere i mesi passati. I lavori degli operai e la visita degli architetti in cantiere. Le discussioni sulla posizione dei lampioni e sull’individuazione dei parcheggi per le automobili e degli arredi. Era stato un bell’inverno. Eccitante perché si discuteva del futuro del quartiere e dei loro abitanti.

 

Bello.

 

Ma ora c’era da continuare il percorso e poi da preparare la sorpresa decisa la sera prima. I dieci si erano incontrati il sabato alla nove dopo cena nei locali del consiglio di quartiere e avevano concordato lo svolgimento della festa. Il taglio del nastro era stato deciso dal Comune mentre il desinare del mezzogiorno dalla popolazione tutta. Loro ci avevano messo il tocco del genio. Ricordarono bene le parole del più anziano. Guido il pensionato aveva esordito: “Ragazzi scusate ma devo dire una roba. Va tutto bene. Il taglio; la bottiglia di spumante stappata dal Sindaco; la messa e la benedizione di Gaspare; il mangiare toscano e le bandierine tese tra le case . Tutto bene ma mi pare che manchi qualcosa. Qualcosa che ricordo si faceva quando ero piccino alle feste. Un vecchio gioco che eccitava gli animi e faceva divertire la gente. Non una roba tecnologica tipo gara al computer. Ma piuttosto la corsa dei sacchi. Oppure il tiro alla fune. O meglio la corsa dei sacchi.” Ma tutti bocciarono le sue idee. Allora il nostro se ne uscì con l’idea del genio e riprese: “Ecco. Ce l’ho. Sfruttiamo un oggetto appena piazzato nel quartiere e facciamo un gioco antico. Dopo mangiato; verso le quattro o meglio alle sei che è più fresco si potrebbe organizzare … (ma questo lo raccontiamo da ultimo che altrimenti si perde il sapore della lettura –ndr)”.

 

Si alzarono dalle panche e si recarono all’incrocio disegnato in pianta come uno scudo che ricordava i tempi di quando la città era libero Comune ed estendeva la sua egemonia dagli Appennini al Tirreno; dai monti del Marmo fino alle paludi dei Butteri. Qui il viale alberato si interrompe davanti alla figura pietrificata o meglio, passateci il termine, bronzificata  di un abitante del quartiere. La scultura, come altre sparse lungo le strade, fissa le persone che abitano questi luoghi in momenti della loro vita. C’è l’uomo che cammina e la donna con le borse della spesa; il ragazzo in bicicletta e la persona seduta a leggere il giornale. Le opere vogliono cogliere e fissare sul bronzo uomini e donne semplici in momenti normali della vita. Un quartiere e i suoi abitanti. Ma il giro deve continuare e poi c’è ancora da finire di allestire la sorpresa. Si và verso Sesto lungo via Reginaldo Giuliani. Si cammina verso la fabbrica del vetro. Si và verso la fontina. La fontina è un idea uscita fuori dalle discussioni dell’anno passato. Mutuando un distributore pubblico di acqua controllata e buona per bere già operante al parco dell’Anconella è venuto in mente la richiesta. Andrea, imprenditore e commissario, l’aveva sponsorizzata economicamente e adesso era costruita. Una vasca di pietra bianca altezza ombelico era stata montata nelle vicinanze dell’ingresso della manifattura dei mattoni di vetro. Dentro la vasca una stele in marmo di  statuario Carrara e vetro a spessore fatto da un grande maestro di Empoli, alta un paio di metri, portavre vestito in uniforme da alta parata con il cappello a tesa larga e il pennacchio in cima.

 

E allora perciò era stata nominata “la fontina del carabiniere”.

 

Accanto alla vasca c’era il beccuccio in bronzo, altezza bambino di anni sei, che distribuiva acqua buona per bere, certificata e controllata dai tecnici che gestivano l’acquedotto della città. Dall’altra parte della strada, quasi di fronte alla farmacia, un doppione ridotto della vasca era disegnato come una fioriera con sedute e stele commerciale in alluminio rosso, come le altre all’inizio del quartiere. Gli alberelli di Melo si ripetevano in un filare semplice sul lato della fioriera ed unificavano l’intervento. Panche in pietra con luci incassate per illuminazione radente  e panche in legno per sedere a riposare. I marciapiedi sono disegnati per le persone a piedi; sono allargati e pavimentati in pietra forte grigia di Firenzuola con liste e zanelle in Porfido. Gli stalli delle automobili lungo le strade pavimentati come i marciapiedi. Il travertino bianco a segnare, come un tappeto, i luoghi delle sculture. Lampioni in alluminio rosso in forma di alberi quando viene l’inverno e perdono le foglie. Il tronco, a sezione cilindrica,  si alza per tre metri e poi si divide in tre parti che portano alla fine tre luci in policarbonato traslucido con riflettori in alluminio puro. Resistenza agli agenti atmosferici e al vandalo come di legge. Una luce fatta apposta. Un lampione per il Sodo. Ma questo lo sapeva bene la Commissione.

 

La campana della Chiesa rintocco per sette volte e mezzo e allora Oriano, il presidente,  chiuse la visita e i lavori intellettivi del gruppo. C’era da organizzare la sorpresa. Il furgone dell’Umberto era attrezzato con scaleo della dovuta altezza e scatola dell’attrezzi. Le botteghe di Giovanni e Filippo avevano fornito i premi. Il caffè dal Vanni l’avevano già bevuto prima. C’era da montare i fili di plastica arancione. L’albero rosso del Sodo, altezza metri tre nove fino allo snodo dei rami, era nel mezzo del crocicchio a segnare fisicamente il centro del quartiere e il luogo degli appuntamenti.

 

C’era da andare all’albero.

 

C’era da montare l’albero della cuccagna.

14/01/21

Orme

 

Orme | 2020

Volo. 

Volo perché è il mio mestiere; sia per lavoro che passatempo.  Lo faccio con modalità predefinita come voi che respirate senza pensare di doverlo fare. Non so come e neanche perché ma appena sono operativo devo alzarmi per l’aere e schizzar via. Veloce come il vento.  Mi riconoscete dal rumore caratteristico. Se abitassi un fumetto  l’artista mi disegnerebbe vicino una nuvoletta con dentro “… Zzz … Zzz … Zzz …”.

 

Invece vivo il mondo reale e stamani ho ricevuto un incarico.

 

Me l’ha scritto in faccia e inciso in memoria il mio istruttore: “Mettici il tempo che ci vuole ma trovale”.  Poi mi ha liberato. Per un poco ho vagato sopra alla città godendo della vista dei vostri manufatti e del mirabile rapporto che, soprattutto nei tempi andati, siete riusciti a stabilire tra architettura, natura e ambiente: alberi e piazze, fontane e palazzi, parchi e cattedrali, annessi e connessi.

 

Insomma il paesaggio dell’italico stivale.

 

E per l’appunto stamani sto perlustrandone un pezzo. Più in precisione sono nella parte alta del tacco poco sotto lo sperone. Appena fuori dell’abitato mi son diretto verso il levar del sole. Il mare a poco più di un tiro di schioppo. Rallento sensibilmente per individuare le tozze sagome del Poligrafico.

 

“Click …” rumoreggia il led mentre il colore della speranza mi invade completamente.

 

Il complesso è gigantesco. Le informazioni, caricate in precedenza, raccontano  di una superficie di settanta  ettari , forse anche più, a destinazione produttiva con una ventina di fabbricati e servizi oltre ad una grande area adiacente che misura oltre trenta ettari; adesso incolta e con edifici diroccati;  un tempo adibita a cartiera e durante la guerra, a centro chimico militare per la produzione di gas mortali.

 

Un bel posticino per davvero.

 

Un luogo dove è in atto una grande rivoluzione mentale prima che urbanistica. L’area ove insiste il progetto del mio maestro e dei suoi accoliti. I giochi sono ormai fatti nel senso che idee , disegni e testi sono in gran parte  finiti e difficilmente modificabili . Oddio a dire il vero stanotte l’ho sentito confabulare sul tavolo da disegno. Stava riordinando le ultime idee  - “… lui sostiene che le ultime son le meglio …” – e non s’è accorto di me che lo spiavo con discrezione assoluta. E poi a dirla tutta mi ha conferito, in sottordine, un altro incarico estremamente semplice.

 

“Per piacere mentre stai in volo fai una simulazione virtuale del progetto”.

 

Questo adesso sto facendo. Passaggio lento, acquisizione di file video e sovrapposizione animata del parco. “… Zzz … Zzz … Zzz …” Poi ci caccio uomini e donne, animali e mezzi di trasporto. E come se fossi un regista  del tempo che fu mi faccio esplodere in testa la frase: “Ciak .. si gira”. E la scena si anima. Tutti in movimento compreso gli agenti atmosferici e il resto. Lo spettacolo non ha uguali. È come una pellicola in tre dimensioni proiettata sulla paglia dei campi con in più il fatto che, alla bisogna, ci si può veramente infilar dentro e modificarla. Mi ci balocco per una buona mezzora e poi il “Bip” del tempo quasi scaduto mi avverte dell’ora del rientro. Quindi stacco gli strumenti, serbo la registrazione e via.

 

Tolgo il silenziatore e metto il turbo: “Zoom”.

 

In un lampo lampante sono sul tavolo del laboratorio. Quello in ciliegio, novanta per trecento, col piano scorniciato a becco di civetta. Sono in pausa e in ricarica batteria. Il tecnico mi ha estratto il pezzo di memoria delle ultime ventiquattro ore. Il capo le scorre in modalità “avanti veloce per quattro” fino al primo passaggio volante sui luoghi incriminati. Dopo di ché rallenta i fotogrammi fino ai canonici “24 Fps” in modo da godersi la simulazione animata con gli ologrammi degli umani e dei volatili compreso il Falco grillaio padrone indiscusso di queste terre. Alla fine del filmato spegne il proiettore e si gira verso di me. Ha la faccia sorridente del bonaccione portatore di buone notizie. Scorre verso di me sulla sedia ergonomica dotata di cinque rotelline, joystick ultimo modello, freno a disco e Beretta 25 col colpo in canna. Intanto muta espressione e indossa quella burbera e inalberata della brutte domande. Raddoppia il volume corporeo, grugnisce e si trasforma in qualcosa di mostruosamente cattivo con la pelle verde e tutto quello che potete immaginare.

 

Si avvicina fin quasi a toccarmi l’ala e mi gela l’olio motore con la frase che di seguito riporto.

 

“Caro il mio R2D2 Flying adj … ascoltami bene e rispondi con precisione. Ricordi il primo ordine? Lascia  perdere il progetto, video, realtà virtuale, ologramma e pennuti: fesserie. Concentrati sul comando iniziale e dimmi del Tratturo. M’interessa solo di quello”.

Adesso c’ho il pallino in mano. Ci vuole una risposta intelligente che mi salvi le eliche e il resto.

 

“Beh. Il tratturo attende  dell’armento le orme”.

06/01/21

E' sicuro?

 

È sicuro? | 2020-21

Babe:     È sicuro cosa?
                Il tono della voce racconta i suoi timori.
Szell:     Sollievo e sofferenza: quale dei due applicherò, adesso dipende unicamente da lei. Quindi ci pensi su e mi risponda: è sicuro?
L’aguzzino srotola un involto pieno di attrezzi odontoiatrici.
Babe :    Ha dimenticato il soggetto della frase.
                Angosciato alla vista di punte, trapani e tenaglie.
Babe :    Non so di che cosa sta parlando, non posso dirle se qualcosa è sicuro se non so con precisione di che costa sta parlando.
Szell:     È sicuro?
Regolando la lampada sul soggetto.              
Babe :    No, non è sicuro, è pericoloso, bisogna che stia attento.
E poi il carceriere impugna quello con la punta ricurva.
Il maratoneta (1976)

 Come un sacco di patate.

Son caduto di schiena come una tartaruga rovesciata. Un attimo fa ero su in alto; circa due metri; in ginocchio sul trabattello usato per pitturare le pareti in casa. Senza parapetto o altra protezione e vestito tipo mare; ciabatte infradito, pantalone corto, maglietta in cotone e cappello da pescatore: un perfetto idiota. E adesso son disteso in terra spiaggiato sul dorso; rintronato, tramortito e tutto un dolore. La campana della chiesa ha appena battuto i due tocchi dopo desinare. Non rammento il giorno ma son certo del resto: è il quindici di agosto del Novantacinque e rischio di passare il resto del pomeriggio disteso sotto il solleone.

Son quantomeno preoccupato.

Il secondo pargolo è nato da poco e il resto della famiglia si trova in camera grande; quella esposta a nord e perfetta nei pisolini estivi; cercando di addormentarlo. Mi rivedo poco fa lassù sul ponteggio intento a stuccare l’architrave della porta del garage. Mi son sporto appena un pochino di più e son venuto giù cadendo sul didietro. Non so come e né perché ma tutto il rumore dell’urto è andato a finire sulla punta dell’osso sacro. Come un lampo lampante.

Stack!

E poi un dolore lancinante sul dietro della gabbia toracica. Provo a chiamare aiuto ma il volume è a zero. Provo a muovere gli arti ma questo peggiora la situazione nelle costole. Tento di accedere alla tasca del jeans dove c’è il telefonino ma poi realizzo che il maledetto aggeggio è in carica alla presa della consolle. I vicini a sinistra sono a bisbocciare sotto le pendici del Pratomagno mentre il resto del vicinato è in vacanza lontano da qui.  Anche i parenti a destra sono fuori valle con amici: in Casentino alla sagra dei funghi. Mi sento veramente male e abbandonato da tutti.

Realizzo di essere solo per almeno le prossime due ore. 

E per ammazzare il tempo, come un presunto condannato a morte, metto in piazza tre pensieri. Il primo è la paura di aver perso l’uso dei comandi della spina con tutte le conseguenze del caso. Il secondo è l’indicibile dolore che provo ogni volta che il dentista mi divarica la bocca per cercar carie con quelle sonde appuntite. E ogni volta mi passa davanti la scena de Il maratoneta. Lo scambio surreale di battute tra dentista e paziente mentre intanto la mia bocca si sovrappone a quella di Babe. Anche oggi mi son visto al cinema. Solo che, causa assenza voce, non posso urlare.

Il terzo dei tre fa un salto indietro di trent’anni.

La scuola è finita da pochi giorni. Ho finito, come al solito senza infamia e manco un pochino di lode, la II media e adesso son qui nel mezzo del niente; un luogo imprecisato della valle dell’Arno in vicinanza ad una fabbrica di vetro. Il cantiere serve alla costruzione di una palazzina di tre piani capace di quattro appartamenti per altrettanti fratelli che chiedono di riunirsi sotto un unico tetto. Come quando erano piccini lassù sotto la montagna e il nonno capoccia lavorava per il padrone della fattoria delle Belle speranze.

Sono intento ad ululare in silenzio per non essere canzonato dai lavoratori.

Mimando alcuni passi di danza saltello sui tavoloni del ponteggio “innocenti” mentre al contempo mi scorrono in mente alcune frasi indicibili; in certi ambienti le chiamano bestemmie e son soggette a punizioni anche corporali; imparate i giorni scorsi dagli operai. Son entrato al lavoro, sottopagato e sfruttato, il primo lunedì del mese di luglio. E fino a tre minuti prima cercavo di fissare una tavola al muro di mattoni. Uso un apposito chiodo d’acciaio e il martello da carpentiere. La prima bulletta è andata bene e la tavola comincia a stare al suo posto. La seconda causa l’incidente. Il martello batte l’asse con il pollice della sinistra pericolosamente vicino alla zona di combattimento.

E come spesso succede tra i due contendenti vince, ops perde, il terzo.

Dopo due colpi andati a segno il terzo trova il dito e causa la danza sull’impalcatura e la disperata ricerca del secchio d’acqua per cercare refrigerio e mitigare il dolore. Lo trovo svoltato l’angolo e incrocio anche il resto della truppa. Cui non occorre molto per farmi cantare. Provo a inventare una storta o simile accadimento ma loro sono impietosi. Prima mi fanno raccontare la martellata e poi mi prendono per i fondelli fino a fine turno.

Per alcune altre estati ho lavorato in cantieri edili.

Una volta capitò di dover sistemare un tetto con quell’ operazione che si definisce ripassatura del manto. La casa confinava sul lato lungo con orto di vicino che non concedeva il suolo per il ponteggio.  I muratori non si persero d’animo e lavorarono da sopra la copertura legati con canapi ai camini sul tetto. E con la stessa tecnica sostituirono i canali di gronda: operai legati ai camini e pluviali strisciati pian piano sul tetto fino ai ferri sagomati. A me, che non soffro di vertigini, toccò in sorte di guidare la posa finale di un lato del manufatto. Disteso sulla pancia, sul tetto in pendenza, alla fine della sporgenza di gronda che parevo l’uomo ragno.

Incoscienza della gioventù.

In quegli anni di lavoro estivo ho girato in altri cantieri; tutti o quasi con l’asticella delle regole di sicurezza molto bassa che prevedeva, per esempio, scarponi e caschi in baracca in compagnia  degli altri più elementari dispositivi individuali.

L’estate dei miei sedici anni lavoravo ad un palazzo di sei piani.

L’impresa era intenta alle sistemazioni esterne e la gru su binario; ventiquattro alta per venti di braccio; era piazzata proprio all’imbocco delle autorimesse. Ergo occorreva un celere smontaggio. Fu ingaggiata apposita ditta specializzata che la mattina del sabato seguente, nonostante fosse giorno di riposo, si presentò alle otto precise. Gli accordi prevedevano la presenza  del titolare smontatore capo con l’assistente che quella notte aveva avuto un attacco di appendicite e in quelle ore stava sotto operazione. Io e il manovale Anacleto accompagnavamo il capomastro che, conoscendo la complessità del lavoro da svolgere, s’irritò con veemenza. Si calmò appena un poco quando fu informato del perché e percome della defezione e fece una domanda agli astanti.

E ora?

Per non farla troppo lunga ecco il succo. Occorreva qualcuno che non presentasse timori nei confronti del vuoto e fosse abbastanza incosciente da salir fin lassù, senza nessun tipo di formazione, scalare il traliccio e avventurarsi sul braccio a porgere attrezzi e bulloni al mastro smontatore. I due esperti lavoratori si chiamarono fuori e a me toccò l’onere di impersonificare l’uomo delle ragnatele.

Quelle due ore furono tra le più divertenti che ricordi.

Alla faccia della sicurezza: D.lgs. 494/96 e seguenti, Coordinatori e Corsi di formazione di centoventi ore. Che mi son toccate tutte compreso esame finale. L’anno passato ho terminato l’ultimo di quaranta obbligatorio ogni cinque anni come se fosse una specie di richiamo del vaccino dell’ultimo virus. E ieri l’ho fatto di nuovo. L’ispezione periodica della copertura di casa ha evidenziato un canale di gronda che non riceve tutto quanto arriva. Il risultato è che l’acqua tracima copiosamente sulla strada.

Mi son calzato la tuta rossa e blu, la maschera e i guanti. Son pronto alla manutenzione della grondaia. M’affaccio alla finestrina su in soffitta. Studio il percorso e via. Su per i tre scalini della scaletta fino all’apertura e oltre. Adesso son sul tetto di marsigliesi. Con tre passi arrivo al colmo. Aziono l’altimetro che racconta: dieci metri sopra il terreno. Faccio un salto e poi un altro e dopo la giravolta. Un giro completo d’orologio. Una veduta a trecentosessanta come un angolo giro: Arno, Firenze. Pratomagno, Arezzo.

Entusiasmante.

Ma adesso bando alle ciance; è il momento della pulizia. Mi appiattisco sulla terracotta e striscio sul ventre verso la fine del tetto. Non ho nessuna corda o cordino di sicurezza e neanche ganci o qualsivoglia aggeggio. Solo tuta da lavoro e guanti. Pendenza trenta per cento che equivale a diciassette gradi e lunghezza di centimetri cinquecento ventidue; questi sono i numeri su cui striscio. Per gli ultimi ottantadue centimetri smetto i panni del super eroe e mi faccio serpente. Avete presente quelle bisce d’acqua dolce che ogni tanto si avvicinano alle case in campagna? Ecco; preciso identico.

Poi pulisco.


31/12/20

Interviste improbabili | 3 domande a Noè

 


Interviste improbabili | 3 domande a Noè | 2020

 

L’appuntamento è in luogo e orario quanto mai insolito.

 

Sul cucuzzolo della montagna allo spuntar del sole. Il meeting è stato organizzato da terza persona che di normale si occupa di preparare aringhe e acciughe prima che siano imbottate; mestiere umile ma non privo di fascino. Il suo whatsapp secco e scarnificato è giunto da una remota isola del Mediterraneo e mi ha, inesorabilmente, raggiunto in piazza San Pietro dove mi trovavo per incontrar Francesco.

 

Il succo del messaggio era troppo intrigante per non impelagarsi nell’impresa.

 

Come richiesto mi sono: imbarcato su cargo battente bandiera panamense, giunto a notte fonda in porto sconosciuto, intruppato in carovana di beduini per un viaggio lungo un mese e poco più. Ancora tre giorni aggrappato ad un mulo, lungo viottoli da capre, e adesso sono a destinazione. Ad un’altezza di oltre cinquemila metri la faccenda, anche con l’aiuto degli aggeggi tecnologici che mi son portato, si fa ardita al limite del dangerous.

 

Lo vedo all’imbocco della grotta.

 

Fresco come una rosa e pimpante come un gallo nonostante, se non ho sbagliato il conteggio, i suoi “ics mila anni”.  Ci accomodiamo nel ventre interno e subito le tre domande stabilite. Prima però una curiosità che non fa numero.

 

D - Dove siamo esattamente?

R - In una terra di mezzo, che non preciserò, tra le regioni che voi chiamate Turchia, Armenia, Azerbaijan e Iran.

 

D La sua infanzia.

R Rammento il primo gioco che facevo con gli amici. Lo chiamavamo Chiappino e consisteva in uno che scappava e gli altri lo rincorrevano; bestiale. E poi come scordar mia madre; una donna sincera e bellissima; che mi ha insegnato una moltitudine di cose che mi son poi tornate utili a tempo debito. Tra queste il sapone. Anzi magari le svelo pesi e ingredienti ma non la formula: 1000 di olio di oliva, 185 infuso di alloro, 125 di soda caustica, due pugni di foglie di alloro. Ecco qua il mitico sapone di Aleppo.

 

D Acqua, aria, terra e fuoco.

R Le piace vincere facile? Con i quattro elementi mi sento anzi sono a casa. Ci son passato dentro – sotto – sopra - nel mezzo un poco in tutti quanti. Ognuno mi ha lasciato qualcosa e io anche a lui. L’aere è di certo quello mi ha più toccato in corpo e spirito. Non si pole immaginare, a meno di essere li in quel momento, la felicità e la leggerezza provata alla vista di un pezzo di cielo sereno dopo tutti quei giorni di buio. Altro che la vostra pandemia che scontate comunque al riparo di capanne di ferro e vetro. Per parte mia posso raccontare con fierezza che fu un’emozione indicibile aprir la finestrella e far volare il primo pennuto: un nerissimo corvo che battezzai: “Conta fino a mille e torna indietro”. E lui lo fece.

 

D Un fatto inspiegabile.

R Di sicuro la prima volta che ho sentito la Voce. In realtà più un lontano sussurro che frasi di senso finito che nel tempo ho rimesso insieme per poter raccontare, ai miei discendenti e a voi tutti, il più tragico dei disastri: la madre di tutte le emergenze. Il diluvio universale comincia all’incirca con questo antefatto: «È venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme con la terra. 14 Fatti un'arca di legno di cipresso; dividerai l'arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori. 15 Ecco come devi farla: l'arca avrà trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza. 16 Farai nell'arca un tetto e a un cubito più sopra la terminerai; da un lato metterai la porta dell'arca. La farai a piani: inferiore, medio e superiore». E così feci per poi selezionare coppie di tutti animali e la mia famiglia tutta …

 

D E poi? … interrompe il cronista totalmente acchiappato dalla vicenda …

R Al solito potrei rispondere che questa è la quarta e niente devo di più. Invece qui dentro questo antro rivestito in doghe mi sento come a casa e perciò non mi sottraggo e in breve chiudo: “…  il resto … caro ragazzo … è sul Libro dei libri”.

17/12/20

La candela

 


La candela | 1999 - 2020

Diavolo e Santo, nero e bianco, notte e giorno, luna e sole, buio e luce.

La luce una faccenda difficile da pensare.  Non ha corpo né materia. Non si può disegnare come un muro o una bicicletta. Si può solo imbrigliare entro filamenti e fibre ottiche. Voglio una luce sul tavolo -attacca la bionda signora tutta firmata alla cui casa lavoro in questi giorni.

Disegno una luce per il tavolo.

Vorrei disegnare -dico io- un centro tavola illuminante i piccoli riti del quotidiano.  Amo la tavola su cui si può mangiare, disegnare, cambiare il pannolone, parlare del più e del meno, schiacciare e mangiare noci, noccioline, semi di zucca. E anche bere un buon bicchiere di rosso.

Bello -fa ESSA- avanti con il progetto che poi convinco mio marito.

Ma se poi non funziona? – fa l’insicuro progettista.

Se non funziona accendo la candela.

10/12/20

Dieci dodici

 


Dieci dodici | 2020

09 XII 20

 

In viaggio per lavoro accendo la radio.

 

Dopo l’ascolto di alcune canzoni assolutamente sconosciute; normale per chi va in cerca col lumicino di vecchi motivi anni cinquanta; il conduttore lancia un motivetto pubblicitario che invita a chiamare un dato numero declinato in musica. Non ricordo la parole ma i numeri li mando sempre a memoria: 3425221012. La trasmissione prosegue senza alti e bassi e nel frattempo comincia ad arrivare la consueta valanga di messaggi. Ogni tre messaggi letti  e commentati l’intrattenitore ripropone il jingle. Dopo un poco smetto di ascoltarlo e mi trastullo con un giochino mentale che facevo da piccino: da una sequenza di numeri si tratta di eliminarne uno alla volta.

 

Ad ogni passaggio riesco a cancellarne alcuni.

 

 Per primo il 3; primo da sinistra. Al prossimo giro faccio fuori i due 2 mediani ed il terzo da sinistra. Con la terza tornata della musichetta son quasi giunto a fine partita cancellando dall’emisfero sinistro il 4 e poi, al giro successivo, il 5. Il programma finisce mentre giungo al cantiere.

 

Talmente insulso che non val la pena di nominare.

 

Sbrigo le incombenze e gradisco con grande gioia il caffè doppio di moka usata che la massaia mi serve sopra la catasta dei mattoni. Cazzeggio ancora un poco e poi approfitto del bel sole dicembrino per una veloce  campagna fotografica. Alla fine si fa l’ora dei saluti.

 

All’avvio dell’auto si riaccende anche la stessa emittente.

 

E poi ancora ‘sto diavolo di musichetta coi numeri. Rammento che ne erano restati tre anzi quattro in fila: 1 0 1 2. Se li accoppio in sequenza trovo due numeri a me cari. Il primo ricorda la nascita e il secondo il mese: dieci dodici di un qualche anno addietro.

 

Domani.

03/12/20

La revisione

 


La revisione | 2003

 

Le due amiche non si vedevano da alcuni anni; meglio anni dieci.

 

Erano state molto affiatate avendo vissuto insieme durante il periodo universitario ed avendo frequentato la stessa facoltà fiorentina. Le due architette stabilirono di incontrarsi al “Roxy Bar” di Strada in Casentino; località amena (???) distante pochi chilometri dall’abitazione di una delle due. Alle cinque …mi raccomando…; all’ora del thè.

Furono ambedue puntuali anche perché colei che veniva da fuori della valle aveva l’auto ultimo grido dotata di tutti i confort e le opzioni: motore jtd, sette air bag, quattro ruote motrici, cerchi in lega, abs, radio cassette cd dvd tv play, dispositivo satellitare di ricerca automatica del bar, volante sportivo a quattro razze, eccetera.

La calda bevanda fu servita in finissime tazze di porcellana Vedgwood decorate a macchina dalla manodopera qualificata di Liverpool nei primi del secolo scorso.

 

Per me la latte… prego… fece la mora.

 

Ciaccolarono per mezzora di marito e casa, di vecchie abitudini e di massimi sistemi, di Berlusconi e di Saddam, di Bush e di Emergency.

 

E poi vennero al sodo.

 

Da buon professioniste affrontarono il tema lavoro. Sai… fece la rossa… sono intruppata con della gente della tua valle per partecipare ad un concorso per la costruzione di una scuola materna-elementare in bioedilizia. Noooooooooooo… la interruppe la mora…. Ma sai che ho appena finito un paio di corsi di specializzazione sul tema bio ????. Inoltre sono mamma di uno splendido figliolo di anni cinque che frequenta la materna “Stacciaburatta” di Montevarchi. Sono quindi esperta e mi sento di darti un buon consiglio.

 

Spiegami le idee che ti faccio una bella revisione.

 

La rossa fruga nella capiente ventiquattrore di coccodrillo rosso fegato  ( … sai non esco mai senza la mia borsa da lavoro… sono architetta libero professionista io) e trova un lapissino e un pezzo di carta giallina.

Con mano tremolante traccia un cerchio… e ancora… a ancora… e ancora…a ancora fino a farne otto concentrici. Ri-costruisce il processo mentale del progetto… ne traccia le linee di costruzione e ne spiega le idee e i contenuti. Racconta il progetto insomma. La mora tace per minuti quattro e mezzo circa. Tace ma elabora. E’ mamma lei… ed esperta di bio… che cavolo. Ora che la rossa si interrompe per riprendere fiato, dopo l’accalorata esposizione del progetto, entra lei.

 

“Ma scusa Paperina… scusa se ti interrompo… ma l’aula comune per la materna dove l’avete cacciata? L’aula comune ci vuole… ci vuole in tutte le maniere… c’è anche nella scuola di … (Tomaso Andrea Marco o come si chiama che non ricordo). Deve essere grande e bella, capiente abbastanza da riunire tutti e cento i bambini quando non stanno in classe”.

“L’aula comune… che roba è fa l’altra vagamente in disagio. Il Gastone non mi ha detto niente. Il Gastone ha letto bene la legge. Il progetto è fatto alle norme. Io credo che ti sbagli”.

“Non mi sbaglio… anzi sono sicura. Per me ci vuole”.

…Attimi di silenzio pieno di pensieri costruttivi accompagnano le elucubrazioni delle due professioniste.

 

Finalmente la Topolina se ne esce.

 

“La vasca… prendete la vasca e copritela…viene bene…dai retta”.  Discutono della nuova versione del progetto per una buona mezzora. Finiscono tre tazze di thè con quattro pasticcini cadauno e si lasciano in fretta che la mora deve tornare in valle a recuperare il citto dalla suocera e la rossa deve passare dallo studio a fare una telefonata urgente.

 

Promettono un nuovo incontro a breve… si baciano sulle gote e via.

 

La valdarnese si avvia a casa e la casentinese accende il motore della sua nuova auto studio e parte. Arriva in pochi minuti allo studio. Telefona al gruppo. “Ragazzi… bisogna cambiare il progetto… la Topolina (figlio munita) dice che manca l’aula comune dove i bambini si riuniscono tutti insieme per le feste… per natale… per la fine della scuola eccetera. Si sarebbe individuata la stanza al posto della vasca. Che ne dite???”.

 

… Silenzio e perplessità dall’altra parte del filo acustico.

26/11/20

Chiacchiere in San Frediano

 

Chiacchiere in San Frediano | 1996

Il rione di Sanfrediano è “di là d’Arno”,

è quel grosso mucchio di case tra

la riva sinistra del fiume, la chiesa del Carmine

e le pendici di Bellosguardo; ...

Le case sono antiche per le loro pietre,

e più per il   loro squallore; formano, l’una a

ridosso dell’altra, un immenso isolato, qua e là

interrotto dall’apertura delle strade, con gli

improvvisi, incredibili respiri del lungofiume e

delle piazze, ...

VASCO PRATOLINI

Le ragazze di San Frediano

 

Si ritrovarono in un caldo primo pomeriggio decembrino su una panchina del lungarno di Santa Rosa: il pensionato, l’abitante, il giovane e l’architetto. Non si conoscevano ma li accumunava il medesimo amore per Firenze e la sua arte. Fecero amicizia ragionando di Masaccio, Masolino e dei loro splendidi affreschi della vicina cappella del Carmine. L’architetto aveva però un problema che lo assillava ormai da diversi giorni. Partecipava al concorso per il recupero della vicina zona dell’ex gasometro e cullava la fantasia con il leggero fruscio del fiume e con la vista della sua parte in ferro emergente. Espose i suoi dubbi, propositi e sensazioni ai suoi nuovi amici che, presi da sacro furore, cominciarono, tutti insieme, a parlare sovrapponendosi l’uno all’altro con idee, suggerimenti e pensieri in forma caotica.

Rimettendo a posto quello che dissero, come se fossero dialoghi ordinati, verrebbe fuori quello che segue.

 

IL PENSIONATO (l’uomo della terza età)

Son quasi undici anni che frequento il centro anziani, importante istituzione per noi, e ho diverse cose da raccontarti, caro amico. Ne ho sentite e viste di tutti i colori su questa area. Certamente se ne è molto parlato, ma mai niente fatto. Come direbbe il mio amico Bartali: ...qui, gli è tutto sbagliato, ... gli è tutto da rifare. Se non fosse per l’opera di volontariato svolta da qui cari giovani del centro di solidarietà qui andrebbe tutto a ramengo. Avremmo bisogno di un posto per poter passeggiare, chiacchierare, passare la giornata, senza dover per forza  venire qui sul fiume. Noi siamo vecchi, non abbiamo le gambe buone. Avremmo bisogno di più spazio dove poter organizzare attività di supporto a carattere sociale e ludico. Quegli edifici, così vuoti, così mezzi distrutti, che peccato.

 

L’ABITANTE (l’uomo della strada)

Abito in via Pisana dal millenovecento cinquantotto. Questa zona la conosco come le mie tasche. Ho visto funzionare il gasometro, gran bella struttura. E quando si alzava la cupola, che lavoro! Ma adesso? Certamente anch’io ne ho sentite di tutti i colori su interventi da realizzare e poi mai cominciati. Da comune abitante devo ringraziare il lavoro svolto dall’associazione di volontariato che, mi pare, si chiami centro di solidarietà. Caro architetto qui non si tratta, solo, di ripristinare un edificio o tirar su due pareti. Il problema vero è la delinquenza e la criminalità che, ormai da tempo, serpeggiano all’interno del cortile. Noi, come abitanti e come genitori, siamo molto preoccupati.

 

IL GIOVANE (il tossicodipendente, l’uomo della speranza)

Io è solo un anno e mezzo che vivo qui, vengo dall’Isolotto, e devo tutto al Centro e al suo mentore: Don Stinghi.  E’ lui che ci aiuta e conforta nel nostro calvario. Noi viviamo in quella palazzina laggiù, vedi? Comoda e confortevole ed anche carina, ma ci serve qualcosa di più. Noi siamo ragazzi con mille problemi e cercare di reinserirsi nella società non è facile, per niente. Solo dopo un certo tempo forse riusciamo a vincere questa nostra lotta. Ma durante al fase di riabilitazione vogliamo avere la possibilità di fare qualcosa di costruttivo e di impostare il nostro futuro. Studiare, lavorare, organizzare. Qui ci sarebbero gli spazi. Affianco a noi ci sono degli edifici abbandonati che si potrebbero usare per fare tante cose. E il gasometro, è molto grande, potremmo adoprarlo.

 

L’ARCHITETTO (l’uomo del mattone)

Cari amici vi ho ascoltato con grande attenzione. Voglio cogliere gli spunti del luogo e muovermi sopra diversi piani di intervento collegati da un intrigato percorso di fili arrugginiti e luccicanti, emozioni e logica, disegno e manualità. Cerco l’appropriazione sensitiva ed emozionale, oltre che logica, del sito rileggendo, in chiave contemporanea, tutte le emergenze fisiche (muri, tetti, alberi e acqua) ed emotive (odori, umori, silenzi e materiali) del luogo stesso.

 

Vi ruberò certe idee e farò un progetto così.

 

Innanzi tutto voglio recuperare nella sua interezza l’ex gasometro, senza minimamente modificarne l’aspetto interno ed esterno. Disporrò per una completa ripulitura del paramento lapideo esterno per farlo risplendere nel tempo. Orienterò la riqualificazione interna del contenitore in direttrici ortogonali: nord-sud, est-ovest, ossia medesime al centro di Firenze. E così anche i quattro accessi, che mi permetteranno di dare luce ed aria agli ambienti e di poter usufruire con sicurezza e tranquillità degli spazi. In questo enorme cilindro collocherò tre palestre: una grande per i giochi di squadra e due piccole per attività a corpo libero. Tutto interrato ed agibile anche da persone disabili. Nella parte fuori terra realizzerò un ampio spazio, una sorta di sala delle feste del quartiere, per concerti, teatro, riunioni, cinema.  Voglio inoltre che le persone possano viverla questa struttura, sentirla propria, quindi troverò il modo per poter salire sulla copertura e li passeggiare, leggere, sostare, ammirare in lontananza la porta di S. Frediano o assaporare l’ebrezza del fiume che risuona non lontano. Libererò la muratura esterna da tutte quelle fatiscenze che oggi non permettono di ammirare questo cilindro lapideo in tutta la sua completezza e al tempo stesso lo circonderò di verde, come gli antichi mausolei, per consegnarlo solennemente al ventunesimo secolo. Si accederà all’interno attraverso dei pontili che lo collegheranno al resto dell’intorno. Voglio un contenitore multi funzionale per tutto il quartiere, simbolo di un’avviata riqualificazione urbana.

Recupererò tutti gli edifici in grave stato di abbandono nel massimo rispetto di questo luogo destrutturato, ma di grande potenzialità. Caro giovane amico è lì che sistemerò i nuovi spazi per te e tutti coloro che fanno parte del centro di solidarietà. Avrete aule per studiare, biblioteche per leggere, laboratori per lavorare e imparare un mestiere, sale per svagarsi, ambulatori per curarsi - il corpo e la mente - ed anche piccoli appartamenti dove poter riacquistare la vostra indipendenza. Tutti gli edifici ristrutturati manterranno il loro attuale aspetto esteriore fatto da tetti in laterizio, intonaco sui paramenti e infissi in legno. E quello nuovo che intendo realizzare presenterà facciate rivestite di bel materiale lapideo fiorentino coronate da uno snello cornicione in pietra locale. I fabbricati saranno tra loro collegati da una passerella pedonale coperta in ferro e vetro, in quota, per poter meglio dirigersi da un fabbricato all’altro, in segno di spiccata funzionalità e ricerca di socializzazione. Un intervento di micro urbanistica sul modello del cinquecentesco corridoio vasariano.

Ci sarà inoltre un accenno di portico attorno al gasometro, sul proseguimento della tettoia capriata esistente. Il suo disegno in relazione con il grande cilindro assumerà la medesima funzione del portico nei cortili conventuali e quindi diverrà luogo di passeggio, di svago, di lettura e riflessione. Tutto supportato da una piccola piazzetta dove una statua (della speranza) vi osserverà dall’alto. Una città nella città. Vicoli stretti che si aprono in ampi spazi con nuovi e continui scorci.

Caro pensionato ristrutturerò anche la vostra palazzina, rendendola più confortevole con l’inserimento di un’ ascensore, servizi e un piccolo bar prospicente il portico.

E tu abitante del quartiere avrai la possibilità di usufruire di tutto quanto, di poter sostare nell’area. Un’oasi, circondata dalle auto e dallo smog, ma al tempo stesso luogo per rilassarsi e per poter scambiare due parole.

Per realizzare la permeabilità con l’esterno e quindi ricucire il lotto con il contesto, ripristinerò l’ingresso da via Pisana ed anche gli accessi dal lungarno di Santa Rosa e da via dell’Anconella. Per il conforto del pedone pavimenterò l’intera zona compreso gli accessi. L’ideale sono pietre che vengono dai dintorni, dal bacino attorno a Firenze, pietre antiche come il macigno. Nella zona del Gasometro poserò un ammattonato in laterizio alternato a ricorsi di pietra ad evidenziare la maglia del portico e nel tragitto tra i due ingressi disporrò un pavimento in pietra macigno. E così anche negli accessi, riproposizione dei selciati delle pubbliche vie, i quali resero le città toscane rinomate fin dall’antico.

Il mio progetto sarà comprensivo anche di alcune opere riqualificanti il quartiere di S. Frediano. Piazza di Verzaia sarà completamente pedonalizzata e pavimentata con semplici lastre in macigno con le singole pietre a spina simmetrica, in modo che appariranno di due toni, (che varieranno secondo l’angolo visuale). Un angolo della stessa sarà occupato da una statua (di San Frediano).

Dove adesso siam seduti, voglio che i fiorentini tornino con grande gioia a vivere questa parte di lungofiume, forse l’unica, eccetto le Cascine, dove la natura con essenze vegetali adulte (pioppi, platani e tigli) lambisce l’acqua. Il mio intervento qui sarà minimale e di grande rispetto per la morfologia di quest’area. Quindi mi limiterò ad una semplice riorganizzazione del verde attrezzato e del percorso pedonale. Sarà questa la zona verde di supporto al parco delle Cascine per attività sportive all’aperto.

Lungofiume realizzerò due percorsi, a quote differenti in terra battuta, per passeggiare e sostare dal ponte Vespucci al ponte alla Vittoria e quindi permettere ai fiorentini di vivere, più da vicino, quel figlio naturale che è l’Arno. Riporterò la gente a divertirsi sul fiume, dove una chiatta in legno fungerà da luogo per ballare, fare concerti, sfilate, sostare e, perchè no, accarezzare la superficie dell’acqua e imbarcarsi su piccole barchette.

Al fiume si accederà direttamente con un collegamento verticale a doppia spirale, molto suggestivo e panoramico nelle vicinanze del torrino di Santa Rosa. Una piazzetta perimetrata con un muro fessurato in più punti e pavimentata in laterizio, darà vita ad un ampio spazio all’aperto.

Cari amici a questo punto tutto è pronto per quel sogno che tutti noi, amanti della città, culliamo con nostalgia: camminare sulle mura, viverle, sentirle proprie. Quindi una passerella sulle mura che colleghi la porta di San Frediano, con annesso ristorante panoramico, con il torrino di Santa Rosa e da lì, in un battibaleno, saremo sul fiume. Un segno forte, di grande unione sociale e un percorso urbano inconsueto e affascinante.

Ed infine proprio lì sotto le mura, nel giardinetto di lungarno di Santa Rosa, sistemerò una struttura prefabbricata multifunzionale adibita a parcheggio e, nella parte superiore, a piazza urbana dove, durante la bella stagione si potrà fare di tutto, dal cinema al teatro, dalla musica alle sfilate, dalle mostre al mercato rionale.

Spero un giorno di realizzare le cose che vi ho esposto, per il momento mi accontento di sognarle.


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