Pinocchio col suo bravo abbecedario nuovo sotto il braccio, prese la strada che menava alla scuola. ...
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La centrale
![]() |
| Veduta nel paesaggio, 2012. Ph Sandro Antichi |
La
centrale termoelettrica di santa Barbara, 1954-58 | 2012
L'Italia del secondo dopoguerra ne ha un
disperato bisogno. Soprattutto di quella elettrica per le case, gli opifici e le
città. A tale scopo, nei primi anni cinquanta, alcune organizzazioni promossero
accurate ricerche sui ricchi giacimenti di lignite di Castelnuovo dei Sabbioni
nel Valdarno aretino. Questi giacimenti erano conosciuti e
sfruttati parzialmente fin da tempi passati anche per ricavarne energia
elettrica per mezzo della vecchia centrale dei primi del novecento. Le
prospezioni geologiche sulla capacità mineraria dei terreni e gli studi
tecnologici sui moderni metodi di coltivazione dei giacimenti orientarono l'investimento
verso la costruzione di una centrale termoelettrica di grande potenza; in
origine 250 MW; alimentata dalla lignite estratta dalle limitrofe miniere a
cielo aperto.
La
Società Elettrica Selt-Valdarno e la
Società Romana di
Elettricità individuarono il sito collocandolo in
una vasta area pianeggiante prossima all'abitato di Meleto Valdarno e al villaggio minatori di
Santa Barbara. L'ubicazione fu scelta incrociando diversi parametri tra i
quali: la vicinanza con la miniera e quindi
la facilità di
approvvigionamento del
combustibile, l'ottimo sistema di
comunicazioni sia stradali che ferroviarie e la buona interconnessione con la
rete elettrica nazionale di trasporto dell'alta
tensione. Per il necessario approvvigionamento idrico venne
appositamente realizzato l'invaso di San
Cipriano capace di ben tre milioni di metri cubi.
La
commessa, il coordinamento generale, il progetto esecutivo e la direzione dei
lavori dell'intero impianto fu affidata, nel 1954, a S.A. Brown, Boveri & C. di Baden (CH) a
cui si unirono poi la Babcock & Wilcox di Oberhausen (DDR) e la Tecnomasio
Italiano Brown Boveri di Milano. Per il
progetto delle opere civili fu scelto lo studio di Riccardo Morandi; un
ingegnere di poco più di cinquant'anni nel pieno della maturità professionale.
"Dal
1950, anno che dà inizio al periodo più
fecondo della sua attività, adottò diversi sistemi costruttivi: per i viadotti autostradali, la travata isostatica fu reputata la più
idonea a coprire lunghi tratti, spesso in curva e con scarsa disponibilità di spazio in altezza. Il ponte di Gornalunga,
presso Enna, rappresenta l'esempio di
maggiore luce libera, mentre il viadotto sull'autostrada del Sole, in prossimità di Bologna, lungo
complessivamente più di un chilometro,
si caratterizza per i lunghi sostegni
verticali disposti in fasci, che conferiscono all'opera un effetto
chiaroscurale di notevole interesse."(1)
In
quegli anni realizza o sta lavorando a diverse commesse tra. le quali: la
centrale termoelettrica di Civitavecchia e a quella di Fiumicino nei pressi di
Roma, l'autorimessa delle corriere e il
ponte Amerigo Vespucci di Firenze. E insomma un professionista di successo e un poeta del cemento armato che
negli anni a venire avrà svariati e importanti riconoscimenti
in Italia e all'estero ottenendo
la libera docenza in alcune università
oltre al privilegio di lavorare con Oscar Niemeyer(2) uno degli
architetti fondatori dell'architettura contemporanea.
Tra
la fine del '54 i primi del '55 Morandi
lavora al progetto della Centrale: al fabbricato principale collegato alla
caldaia, ai corpi di fabbrica minori, alle ciminiere alte 100 metri e alla due
torri di refrigerazione. l due corpi in cemento armato sono enormi. Le torri a
ventilazione naturale; di pianta circolare e di forma iperbolica misurano alla
base 65 metri e sviluppano un'altezza di 80. L'interno è magico. Lo spessore
delle pareti segna 15 centimetri. "L'acqua da raffreddare, proveniente
dalla centrale, viene distribuita in un sistema di canalette di legno a circa
10m. di altezza"(3) . Il liquido
finisce nella vasca di raccolta alla base dell'edificio e guarda in alto la
grande apertura per il vapore.
All'edificio principale alto 25 metri, destinato a sala macchine e diviso in tre
settori paralleli, si agganciano i vari corpi necessari al funzionamento della
struttura.
Tutto
l'opificio è un enorme e molto complesso macchinario dove la forma, come si
diceva un tempo, segue la funzione e diventa segnale territoriale in cui
"l'architettura-segno"(4)
modifica il paesaggio.
02/04/21
L'ho rifatta
L’ho
rifatta | 2020 - 21
È
sabato.
Mattina
uggiosa di fine gennaio dove la fitta pioggia la fa da padrone mischiando case,
cose e persone in un'unica poltiglia grigia. Anche i vestiti dei viandanti,
solitamente sgargianti e colorati nella città del giglio, sono organizzati sui
toni del grigio verde o del marrone bosco.
Che
uggia.
Arrivo
per tempo in stazione. Il mio amico Giovanni mi aspetta in testa al binario.
Son molti anni che non ci vediamo e quindi profittiamo del tempo a disposizione
per una passeggiata nei dintorni. A braccetto come due vecchi fidanzati
c’incamminiamo per un giro tra solidi pilastri ed esili pensiline. Ci perdiamo
nella calca della galleria di testa e ci ritroviamo in sala biglietteria presso
l’uscita davanti al didietro della basilica di Santa Maria Novella. Ci
salutiamo proprio sotto la pensilina promettendoci amore eterno.
Mentre
m’incammino verso il sottopasso traguardo l’orologio sul muro in alto.
L’elegante
carattere allungato, tipico del tempo della costruzione, racconta che sono in devastante
anticipo. Nel timore di far tardi è andata all’opposto. Ho una festa alle
dodici e son neanche le dieci. Con gli altri compagni ho appuntamento per le
undici e diciassette precise – “Mi raccomando puntualità; non come l’ultima
volta” - in piazza davanti al portico dell’ospedale degli Innocenti. E se mi
ricordo bene dai tempi degli studi è molto probabile che almeno un paio se la
prendano comoda oltre il lecito.
La
soluzione mi è di fronte.
Esco
in piazza dell’unità Italiana di fronte al Majestic e prendo per San Lorenzo.
In sostanza ho scartato il caffè di un anonimo bar per turisti in favore di una
lunga camminata dentro l’architettura. Una specie di zingarata senza meta e
senza paura a riveder palazzi e strade, fittoni e bugnati. Un poco come succedeva
al tempo degli studi ogni volta che arrivavo al Tredici; carrozza dodici quella
che viene dalla città di Masaccio.
Pochi
passi e son fuori.
Rammento
i miei anni di studente pendolare, ma anche dopo, soprattutto per quella
ventina di minuti che sempre mi concedevo in giro a zonzo per Firenze. Al tempo
degli studi. per uno strano scherzo del destino o che altro, non avevo stretto
molti rapporti in treno e in valle non avevo amici che si occupassero di muri e
tetti, abitazioni e paesaggio. Fors’anche ero solitario di natura o magari
avevo solo voglia di star per conto mio ad ascoltare il rumore della storia.
Sapevo per certo che per tutto il giorno mi sarei sbattuto con gruppi di lavoro
e rumorosissime revisioni e magari nell’inconscio mi concedevo un poco di pace.
Come sia queste scorribande erano quasi esclusivamente in solitaria e di
estrema goduria mentale. L’itinerario cambiava giorno per giorno secondo
l’umore del camminatore.
Così
anche stamattina.
Davanti
al Cinese; ops adesso è diventato un giapponese, di via del Melarancio ho già
operato il reset alla memoria e riesumata la planimetria del centro mandata a
memoria a suo tempo. “Sei pronto? -mi dico- “Son nato pronto” -mi rispondo-. In
pista sotto la pioggia protetto da un leggero piumino verde ramarro con
cappuccio incorporato. L’ombrello viola attaccato alle cinghie dello zainetto
grigio e consunto dall’uso. Mi sento un poco lo studente di allora anche se gli
anni e i capelli fuggiti raccontano il contrario. Manca solo la cicca in bocca che,
perdindirindina, ho rinnegato una decina d’anni fa.
La
stessa atmosfera del mio primo giorno universitario. Pioggia compresa.
Di
questi giorni e passeggiate me ne son toccate in sorte moltissime. Tante quante
non provo neanche a contare. Ne rammento alcune raccontate, ma non da me,
durante le tue lezioni del venerdì. I primi anni al piano terra del cortile
degli Alberoni in piazza Brunelleschi. Poi dopo all’Accademia, sempre al
terreno, in aula Minerva; quella con gli eroi in gesso a grandezza naturale e
una curiosa fessura in alto sul soffitto a botte. Al tempo qualcuno sosteneva,
chissà se a torto o ragione, che trattasi di taglio fatto operare dal Fattori,
che aveva studio proprio sopra, per transitare le grandi tele che doveva
produrre.
L’aula
mia preferita. Senza dubbio alcuno.
Come
sia ne ho in mente una che si ripeteva, mai uguale, ogni anno. Di solito verso
la fine di gennaio o i primi del mese dopo. Era una roba troppo intrigante; più
una chiacchierata che una lezione. Si rivolgeva genericamente ai camminatori in
città ma soprattutto ai pendolari. Quindi si occupava soprattutto dei percorsi
possibili dalla Stazione ferroviaria fino alle sedi universitarie. Molteplici i
luoghi di arrivo e altrettanti i tracciati percorribili.
Temi
molteplici.
Palazzi,
cattedrali, luce, scarti, decori, logge, piegature, altezze, vetrate, portoni,
pietre, modanature, ombre, velature, angoli, fittoni, portici, altane e molto
altro. Dall’insieme al dettaglio e viceversa passando, spesso, da altre discipline.
Architettura insomma. Raccontata senza uso di immagini o disegni. A braccio e
via. In soggettiva con la camera incastrata nelle pupille e il Vhs nella
corteccia celebrale per acquisire immagini e partorire sensazioni.
Lezioni
di livello superiore; super Studio?
Nel
corso degli anni, dopo l’ottantacinque, non ne ho persa una. Una volta ho
provato a farci mente locale e contarle. A dieci mi son fermato. Se qualcuno si
fosse divertito a disegnare i tracciati; io mi ci son baloccato; ne sarebbe
uscita una mappa labirintica e fantastica. Intrigata quanto basta per
ricordarsi di rileggere “Il giardino dei sentieri che si biforcano”. Tanto non
fa male. Anzi.
Oggi
sono di nuovo in pista e provo a guidarvi come un navigatore ubriaco.
“Lasciate
stare fashion, food e ninnoli vari e concentrativi sul percorso che avete
scelto. Ad ogni incrocio orientate lo sguardo. Se avete tempo rallentate il
passo e fatevi un giro dell’isolato. Se avete fretta e dovete andare fatelo al
ritorno che di normale merita. Se andate in Brunelleschi prendete per via
Alfani dove oltretutto trovate una buona libreria d'architettura. Se venite
all’Accademia sempre avanti. Oppure nelle succursali sparse poco intorno e
anche nella nuova sede, questa più vicina ai viali, di santa Verdiana proprio
di fronte al mercato di sant’Ambrogio”.
Se
poi riuscissimo a decidere giorno e ora potrebbe diventare un bel gioco.
Per
esempio il ventuno di marzo presso la Stazione ognuno munito di bomboletta di
vernice spray, solubile all’acqua, del colore più amato. Alle dieci si parte
per sentieri diversi. Ogni tredici passi uno spruzzo e cosi andare fino alla
fine, ognuno decide dove, del percorso. Tutti i punti dello stesso colore
disegnano un tracciato, come Pollicino con le molliche di pane. Tanti Pollicino
formano un intreccio.
Dall’alto
si legge tutto.
Se
fossi un adolescente alzerei in volo un piccolo drone con telecamera ad alta
risoluzione. Se viceversa fossi un nerd sui venticinque potrei giocare con il
satellite della Nsa che passa qui sopra in questo preciso momento. Nei due
casi, o in molteplici altri che ci possiamo inventare, osserverei dall’alto il
dedalo di vie e viuzze, piazze e vicoli e altro.
Insomma
la veduta zenitale di una serie di labirinti contrapposti.
Tanti
tracciati come quelli che ho percorso nelle due ore passate. Mi son fatto
prendere la mano e adesso, di regola puntuale e anzi anticipatore, sono in
ritardo abissale di quaranta minuti e spiccioli. Entro in Piazza quando le
campane della Basilica suonano il primo dei dodici. Gli amici, con cui avevo
appuntamento sotto il cavallo di Ferdinando primo, sono andati da un pezzo e
chissà se, nella calca che mi fa da tappo all’ingresso, riuscirò ad
incontrarli. Sblocco il telefonino che m’informa della suoneria disattivata e
delle vostre sette chiamate perse. Al solito mi dò dello sprovveduto e anche di
peggio. Sotto il portico i tocchi son diventati undici. Al dodici apro il
portone. Ciao Professore; chissà se faccio in tempo a raccontarti che l’ho
rifatta?
La
strada.
25/03/21
Scrivere in bella
Scrivere
in bella | 2021
Forse son caduto dal seggiolone.
O forse no. Chissà? Ai tempi lo chiesi a
mamma e parenti tutti ma la risposta era sempre: “Non ricordo … non rammento
… ma che dici… di sicuro a me neanche per idea … ci stavo attenta io … ma cosa vai
a pensare … semmai hai fatto tutto da solo … eri svelto e agile, certo più di
ora, e magari cadere e risalire è stato un tutt’uno”.
O
magari quella volta che si giocava ad indiani e caoboi.
Abitavamo
la casa bianca in Circonvallazione; quella con le finestre ad oblò in cucina,
il tetto piano e l’ingresso di pietra a filaretto. Quel giorno eravamo io e “...
il mio amico culo di gomma famoso meccanico”; ambedue innamorati delle
avventure di Rin-Tin-Tin e del suo padroncino ne replicavamo le gesta. La trama
prevede che il buono, bianco o pellerossa che sia, vince sempre. E quel
pomeriggio sotto il Cako mela del giardino il buono era l’altro. Ergo il
perfido viene catturato e legato al palo della morte. Per sovra più subisce
l’onta della danza del fuoco durante la quale viene pitturato, in faccia e
dintorni, col bastone carbonizzato. Risultato? In bianco le successive tre
notti e rottura dell’amicizia.
O
forse quella volta che la maestra di Prima, ero appena arrivato nella nuova
scuola di campagna, mi legò per due giorni la gamba sinistra al banco. Pare che
mi alzassi di continuo disturbando la classe. Invece ero solo curioso; venivo
dalla città; di capire come potessero funzionare due classi; prima e seconda;
in una stessa stanza con una sola insegnante. Oppure quando la suora
dell’asilo, oggi si direbbe scuola materna, mi costringeva a mangiare la
minestra di cavoli. E se insistevo nelle bizze accompagna il perentorio
consiglio con un frustino da fantino.
Ops.
Fermi tutti.
O
forse dipende dal compagno di scuola che faceva la cresta sulla merenda di metà
mattina? Lui veniva da fuori paese; tre chilometri a piedi su strade vicinali
con l’acqua e il resto. Tutti i giorni con un gigantesco pezzo di pane e un
minuscolo cioccolato dimensioni tre per quattro o simile. Non so avete presente quelli con la figurina
del calciatore attaccata sul davanti. Come sia il nostro era di tre o quattro
anni più grande essendo bocciato una volta per ogni anno. Era anche sviluppato
in anticipo e a quattordici, ancora in quinta, ne dimostrava magari diciotto
per più di un metro e settanta. Barba, baffi e irti peli sulle gambe scoperte
dai pantaloni al ginocchio. Verso la fine dell’anno, poco prima degli esami, si
prese a male parole con la maestra; una giovanissima insegnante supplente da
poco diplomata; e ad un certo punto la sollevò per il fianco e la mise a sedere
sulla cattedra. Successe uno scandalo che si risolse solo col ritorno a scuola
della maestra titolare e la promozione dello scolaro senza grembiule.
Di
sicuro tutti i giorni di quell’anno fece i suoi comodi col panino che mi
preparava nonna.
O forse
tutto nasce dall’invidia per come scriveva la bambina del banco davanti. Quella
col grembiulino bianco e il fiocco rosa. Mai scomposta e sempre sorridente. In
seconda avevamo abbandonato la scrittura con “inchiostro, penna e calamaio”
in favore dei moderni ritrovati della tecnologia: penna bic inchiostro nero. E
lei col nuovo sistema ci si era subito trovata bene; seguiva le linee del
quaderno di ortografia e componeva lettere precise e tutte uguali come quelle
dell’abecedario. I temi poi li scriveva direttamente in bella. Noialtri invece…
Avrei dovuto magari odiarla e invece era la mia migliore amica.
L’anno
successivo con l’arrivo della versione a punta fine il divario diventò
incolmabile.
Comunque
sia andata ho sempre avuto una certa difficoltà nel corsivo. Quando non posso
fare a meno della velocità di esecuzione la notoria mia brutta grafia si
trasforma nella versione a “zampa di gallina” che diventa illeggibile anche
per me. A volte mi sento un poco Leonardo; quel barbone che scrive “a
specchio”. Solo che lui lo fa scientemente e nel suo scritto c’intende. I
dettati i primi anni o gli appunti veloci di lezioni universitarie son stati
sempre un dramma.
E
dire che le maestre ci hanno anche provato a migliorarmi.
A
seguire alcuni esempi di correttivi: bacchettate sul dorso delle mani, senza
colazione, in ginocchio sui ceci dietro la lavagna, a pensare seduto rivolto
verso il fondo della classe e robe simili. Dagli undici in avanti ho provato
con lo stampatello con cui me la cavo molto meglio. La cosa funziona ma non è
veloce. Allora mi affido alla tecnologia frequentando una scuola di
dattilografia che poi rilascia regolare diploma. Ma portarsi in giro sulla
Vespa una valigetta 15x30x40 di quattro chili non è proprio agevole.
Praticità
vicino a zero.
La
soluzione me la son trovata di fronte un giorno del settantotto. La bottega
tagliava l’angolo di una viuzza vicino alla stazione. Ero come al solito in ritardo
per il treno delle diciannove e quattordici dopo che mi ero attardato per
l’ennesima revisione al progetto. Non ero ancora pratico del dedalo di viuzze
che fa da corona al Duomo e quindi il tentativo di prendere una scorciatoia,
come se fossi stato sotto le pendici del Pratomagno in luoghi conosciuti, si
rivelò un boomerang. Ripensandoci adesso, di anni ne son passati quaranta e
oltre, suppongo di aver lungamente girato a vuoto in quel quartiere. L’estate
sarebbe iniziata da poco e quella settimana ne fu l’avviso con temperature
quasi tropicali. Poi ecco il crocicchio: Spada, Sole e Belle Donne. Su
quest’ultima un’insegna nero lucido, come il resto dell’ingresso, e oro che
recitava: Babele – Boutique d’arte e libri.
La
verità?
Sbirciai
appena l’orologio; oggi è desueto ma un tempo tutti o quasi indossavano e
usavano l’oggetto per contare il tempo; che raccontò del treno perso. Il
prossimo un’ora dopo. Era un caldo birbone anzi meglio quel trivio pareva
essere il ricettacolo di tutti i maledetti venti caldi della Piana. Tanto per
fare mi avvicinai alla vetrina con l’intento di sbirciar dentro.
Poi
la porta si apri.
Si
aprì a favore di una singolare figura maschile in abito di lino bianco sui toni
del burro. Tutto in tinta compreso scarpe e cinta. Bianchi anche i lunghi
capelli in tono con una curatissima barba tipo hipster e un Panama da vero
dandy. Sulla destra un bastone da passeggio con pomello in osso scolpito a
levriero mentre l’altra stringeva con leggiadria un piccolo libro con disegnato
in copertina un labirinto su fondo rosso. Il formato e le regole grafiche erano
le medesime di quelli esposti. Tre soli accessori uscivano dalla regola del
bianco totale che il nostro si era imposto.
Papillon,
pochette e fascia del copricapo in viola tradivano la sua fede calcistica.
Insieme
a cotanta eleganza usci una brezza invitante che m’invogliò all’ingresso.
L’interno è uno scrigno nero lucido con finiture dorate, anzi proprio oro.
Sugli scaffali: esposti e distanziati come oggetti d’arte; libri. Subito
m’intrigarono alcuni particolari: la carta, il formato e le illustrazioni. La
grafica insomma era di livello superiore.
Per
gli anni dell’università, anche dopo se per questo, quella è stata la mia
bottega del bello.
E
quasi a volerla tutta per me ricordo di non averla condivisa con nessuno.
Amici, fratelli o innamorata che fosse. Doveva rimanere mia. Solo mia. Ci
passavo almeno una volta alla settimana, di solito a fine pomeriggio, e mi
fermavo giusto il tempo per sfogliare gli ultimi arrivi saggiando carta e contenuto
con l’occhio esperto del lettore consapevole e interessato. Una goduria per la
mente. Ogni tanto poi, le finanze erano limitate, riuscivo anche a portarne uno
con me che avviavo in treno seduto sullo strapuntino del vagone di testa. Adesso,
dopo tutto questo tempo, è giunto il momento, se interessa ancora a qualcuno,
di svelare il segreto: via delle Belle Donne 41/r, Firenze.
Tanto
non c’è più.
In
questo spazio scopro Bodoni e i suoi caratteri, Borges e i suoi labirinti, la
semplice eleganza dell’impaginazione, la rivista con l’acronimo dell’editore e
molto altro. Tutte cose che mi porto in cuore, alcune anche in biblioteca, e
ogni tanto riaffiorano quando mi trovo indegnamente a disegnar marchi, scritte
o copertine sul quaderno nero anche lui.
Libri
insomma.
Come
quello ricevuto da poco in regalo dal mio amore. Al solito l’oggetto di carta
stampata è sempre estremamente gradito. Ancora di più questo che ha a che fare
con scrittura e grafica. “Manuale di calligrafia” recita la scritta
bodoniana in copertina su fondo rosso mattone. Dentro scritte e alfabeti,
inchiostri e pennini e lettere mirabolanti. Tutte giudicate difficili per la
mia “zampa di gallina”. Magari me la prendo comoda. Ne leggo un poco e
poi ci provo. E dopo se non basta provo ancora. E poi ancora. Da qualche parte
ho letto che le cose difficili, e anche le impossibili se volete, si devono
provare almeno sette volte prima che riescano.
Quindi
con calma mi prendo il tempo che ci vuole.
Tanto
l’obiettivo lo conosco oramai. Sento che è vicino. Molto vicino. Ne vedo in
lontananza il grembiule immacolato. Lo punto dal di dietro da una cinquantina
d’anni e forse più. Ci manca; fate con me vi prego il gesto del pennino della
stilografica, tanto così. Penso positivo e intanto, hai visto mai, mi son
procurato un quaderno a righe e una penna bic punta fine. Ti conosco mascherina
e non ho timore di …
Scrivere
in bella.
18/03/21
Nel tombino
Nel tombino
| 2021
“
Mi è d’uopo confessare a questa
illustrissima Corte che questa è la verità; la verace, verissima ed evidente verità
sulla vicenda che vado ad esporre. Fin da piccolo son
stato impacciato nei movimenti. Ho sempre avuto difficoltà a produrre gesti
fluidi e armoniosi. Ho sempre saputo che
non sarei mai stato un ballerino classico. E se è per questo neanche uno non
classico.
Goffo
insomma.
Non so
se possano entrarci come generici fatti a discarico comunque dovete sapere che dai
tre anni in avanti ho sofferto di balbuzie e dai sei e oltre ho difficoltà con
la scrittura in corsivo. Mi trovavo meglio con lo stampatello anche se, come è
facilmente immaginabile, ne soffriva la velocità d’esecuzione.
Il
dettato poi era un supplizio.
Che vivevo
come una delle sette fatiche di Ercole. Signor Pretore ne scelga pure una a suo
piacimento. Provi ad immaginarsela al vivo. Ecco; quella. Ricordo alcuni
correttivi: bacchettate sul dorso delle mani, senza colazione, in ginocchio sui
ceci dietro la lavagna, a pensare seduto verso rivolto verso il fondo della
classe e robe simili.
La scuola
elementare della campagna toscana negli anni sessanta.
Son
nato impacciato e lo rimasi: cadute da piccino, da ragazzo e d’adulto. Incidenti
domestici e stradali. Con la bici la moto e la macchina. Sul lavoro poi signor
Cancelliere avrei certe chicche che impegnerebbero per ore la segretaria Verbalizzante;
la bella signora mora col tailleur fumo di Londra e le scarpe tacco dodici che batte
sui tasti come fosse un direttore d’orchestra. Ma siccome non è questo il tema se Vossignoria
me lo concede lascerei perdere.
Anzi veniamo
all’oggi.
Stamani
finisco per tempo la spesa settimanale e rientro in paese. Parcheggio e salgo
in casa coi sacchetti ricolmi. Come al solito lascio tutto sopra il tavolo a
cinque gambe; quello lungo nel mezzo di stanza accanto alla porta di cucina. Con
Silvia addetta a riporre le cose a me il compito di cercare alcuni cibi che ho
preso per babbo che ci abita confinante. Li trovo e li agguanto. Sono una
confezione di stracchino protetto da una scatola di plastica trasparente e
mezzo chilo di fagiolini verdi imbustati dentro nella rete dello stesso colore.
Mi munisco del mazzo di chiavi, quello giusto, e di giacca a vento d’ordinanza
che non indosso. Scendo alla porta e mi accorgo che non ho la prescritta
mascherina chirurgica. Mi tocca tornare indietro e munirmene.
Signor
Giudice chiedo sia messo agli atti che indossavo la prescritta mascherina anti Covid.
Con
tutti questi arnesi stretti con mano sinistra esco. Poco prima di arrivare in
strada, chissà perché, mi ricordo di controllare la cassetta postale. Il sabato
di solito la postina è di festa e non si trova niente. Oggi si. C’è una lettera
richiedente quattrini per una qualche agenzia di carità. Il destinatario non
sono io quindi acchiappo la missiva con la destra e chiudo la cassetta. Signor
giudice saranno diciotto metri o poco più da casa mia al cancello del babbo. Ai
quindici inizio a trafficare con gli oggetti che ho in sinistra con
l’intenzione di passarli alla destra. Tutti uno escluso.
Il mazzo
di chiavi è l’obbiettivo dei movimenti scomposti.
Tutto
l’insieme è organizzato con moschettone cromato, a forma di faccia di Topolino,
che contiene un anello d’acciaio anch’esso. Dentro al cerchio ci sono sei
chiavi di forma e dimensioni diverse oltre ad altro anello, questo più piccolo
e leggero, che porta un vecchio cartellino di metallo con stampato in altorilievo
la scritta Mandarina Duck e la sagoma di una papera. Dolce in fondo la
chiavetta Usb, capacità centoventotto gigabit che è un poco l’archivio
portabile dei lavori in corso, e un gettone per carrello da supermercato con
smaltata sul metallo una croce rossa su fondo bianco cui son molto affezionato.
E siccome
l’imperizia è il mio mestiere ecco qua il resto.
L’accrocco
d’acciaio si anima improvvisamente quasi di moto proprio. Comincia a saltellare
tra il pollice e l’indice e il medio anche. Come se un gruppo di grilli invasati
si fossero convinti di essere artisti del Cirque du Soleil. E come tale si
comportano. Zompettano tra le dita ed il palmo mimando quella filastrocca che
fa: Mano mano pazza … da qui passò una lepre pazza … Ma questa la sapete quindi
che continuo a fare?
Comunque
sia a forza di volteggi e giravolte vince la forza di gravità.
Sotto
di noi c’è un tombino. Anzi voglio dettagliare meglio se permette signor Pretore.
Trattasi di coperchio in ghisa, con fori rettangolari stondati appositamente
disegnati per il deflusso dell’acqua piovana, della caditoia stradale. Il mazzo ci sbatte
a capofitto proprio nella parte piena e li pare fermarsi. Rammento che ho
appena il tempo di pensare: Che fortuna … poteva centrare il vuoto e adesso
stava a bagno …; che il peso della papera Mandarina vince su chiavi, anelli e
compagnia bella e si tuffa, trascinando il resto, nel buco nero.
Splash.
Il rumore
del tonfo mi coglie impreparato. Poso il resto degli oggetti sul muretto vicino
e m’inginocchio sull’asfalto con la faccia orientata verso il basso. Il luccichio
del metallo conferma che l’armentario si è posato sul basso fondale di un
pozzetto con alcuni centimetri d’acqua. Adesso devo organizzare il recupero. Apro
il cancello del giardino alla ricerca di un tondino d’acciaio da piegare a gancio.
Ne trovo uno e tento invano molte volte. La caditoia è molto profonda, molto più
dell’apparenza. Oogni volta che aggancio un anello il peso del resto vince e
scivola giù. Mi sento come quando al luna park da adolescente tentavo la pesca
del pacchetto di sigarette con la gru a tre denti e vinceva sempre il banco.
Mi assale
un senso di impotenza.
Conosco
pozzetti e caditoie e so che sono costruiti per essere ispezionabili ma gli
operai stradali l’hanno per l’appunto sigillati l’altro ieri asfaltando la
strada. Ciononostante provo con la forza bruta tentando di tirar su il
coperchio di ghisa. Niente da fare il catrame ha fatto presa ed è più forte di
me. Cambio strategia e passo al piano B. Ritorno in giardino alla ricerca degli
attrezzi giusti; scalpello e mazzuolo; che trovo riposti in un angolo sotto un sacco
di cemento.
Adesso
gioco io.
Dai e
dai, picchia e mena riesco a pulir l’intorno del coperchio producendo una bel
mucchio da discarica controllata. Adesso basta picchiarci sopra con decisione e
sono pronto al sollevamento. Infilo i guanti da lavoro, afferro il pezzo dai
fori sopra e tiro. E tiro con tutte le mie forze. Uno stack improvviso
accompagna la salita del coperchio. Il mazzo è laggiù sul fondo. Nel mentre lo
afferro sento una voce imperiosa come se fosse un ordine. Anzi è proprio un
ordine: Alt! Cosa ha preso nel tombino?Mani in alto; di chi sono quelle chiavi?
Corte
e avvocati, Pretore e difensori, Giudice e Piemme, Giuria e cancelliere. Sono stato
tradotto in carcere, imputato di non so cosa e messo a processo d’urgenza neanche
fossi terrorista o mafioso, evasore o politico. Un delinquente conclamato insomma.
Mi sento un poco come quel Detenuto in attesa di giudizio e come tale offeso e
calunniato. Non so come andrà a finire questa farsa. Signori tutti ecco quello
che interessa a me.
Riavere
indietro il gettone con la croce smaltata per finire la spesa.
“
11/03/21
Sento stereo
Sento stereo | 2019 - 21
Soffro d’Otite.
Da sempre. Ci
soffro da quando ricordo anche se poi ho scoperto; mal comune mezzo gaudio; che
tanti da ragazzi ne han patito. I nonni lo chiamavano “mal d’orecchio” con questo significando che non era niente di
strano ma anzi un dolorino come un altro tra i molteplici malori infantili.
Come sia quando mi prendeva il dolore, unito allo sturbo per il fastidio,
correvo dagli anziani che avevano sempre un qualche rimedio. M’ infilavo nel
lettone di ferro, quello con i pomelli ai quattro cantoni, a chiedere conforto e
protezione.
A seguire alcuni
loro rimedi romanzati e mutuati dalla saggezza popolare.
“Appoggia
sulla parte che ti fa male un panno molto caldo, quasi a bollore, con dentro un
pizzico di sale grosso. Funziona di certo. Altrimenti prepara una mistura con
alcune gocce d’olio evo e altrettante d’essenziale di lavanda. Con l’intruglio
inumidisci una pallina di cotone da appoggiare all’ingresso del canale. Il seguente
è il classico che va sempre su tutto: applica un impacco di acqua calda e
salata, caldissima. Ripeti più volte. Adesso andiamo in cucina a prendere una
cipolla che va tritata fine finissima, racchiusa in un sacchetto di lino e
appoggiata sull’orecchio per tutta la notte”.
L’aglio invece
sull’Amatriciana non ci va.
E di questo ne
son adesso consapevole assertore da alcune decine d’anni. Non lo sapevo invece
l’estate dei miei venticinque. Una delle prime vacanze in tenda; tre coppie per
altrettante Canadesi e un'unica piazzola. La regola quell’anno prevedeva che i
lavori di casa barra cucina erano appaltati ai fidanzati. Spesa e
vettovagliamento invece erano gestite delle tre megere. Noi ci dividemmo, al
meglio delle tre partite a tresette, il resto: sistemare la tavola, rigovernare
e cucinare. I primi due lavori mi son sempre stati pesanti e per mia fortuna al
tresette sono imbattibile. A pranzo ci arrangiavamo con frutta o panini ma la
sera, ogni sera, preparavo pasta con tutto quanto c’era in dispensa.
E quell’anno
andava forte l’Amatriciana con aglio in camicia e trito di cipolla
Eravamo dalle
parti di Sibari in un luogo neanche particolarmente interessante; niente scogli
o fondo sassoso per le immersioni ma solo banale spiaggia piatta. Due marroni
ma due marroni. Poi il terzo giorno arrivarono le onde. Grandi, alte quasi tre
metri che si frangevano, con forza spropositata e rumore anche, sulla battigia.
Cavalloni mai toccati con mano. Noi tre omini di casa ci lanciammo quindi
nell’avventura con tuffi e spruzzi e lazzi e lungamente profittammo della
novità.
E devo dire ci
divertimmo anche.
Dopo però, poco
prima del tramonto, cominciarono i guai al destro. Dolori lancinanti e pulsioni
a martello. Da non resistere. Il medico della locale farmacia, non c’era altro
a disposizione, consigliò una cura infallibile con un pasticcio d’unguenti di
provenienza sconosciuta e “… niente sole né bagni mi raccomando”. Alle
mie rimostranze per il fatto che questa era la nostra unica vacanza e “…
chissà che palle se devo stare ancora qui per i prossimi cinque giorni senza
neanche fare un tuffo” lui ribatte: “… e va bene caro signore; uno al
giorno nel tardo pomeriggio ma con la cuffia da nuoto”. L’acquistai nel
negozio di fronte dove una gentile vecchietta; fate conto il farmacista vestito
da femmina, ne aveva molte in taglia unica e di colore rosso fuoco. Durante il
tragitto per il parcheggio incrociai ben tre altri turisti, come noi del nord,
con in mano l’involto della cuffia.
“Che magari
la bottegaia e il farmacista son parenti …?” m’interrogai.
Le mie abluzioni
delle sei del pomeriggio restarono mitiche. Dopo la prima, durante la quale
solo gli amici mi prendevano in giro, una delle ragazze m’affibbiò il sopra
nome di “supercazzola”. Il giorno appresso ci si mise la spiaggia tutta.
Il dolore nel frattempo se n’andò.
Tornò durante il
viaggio di ritorno e questa volta picchiò forte e duro.
Insopportabile.
Fino alla visita del giorno appresso quando finalmente l’Otorino ispezionò
l’orecchio e le sue cavità. Guarda e fruga e tocca e spuzza e rispruzza
cominciano ad uscire granelli di sabbia e alcuni piccoli sassolini. Il cavo
libero finalmente.
Libero anch’io
ma non dai problemi uditivi.
Soffro di
sordità. Almeno questa è la convinzione in famiglia. Da alcuni anni sono
tacciato di aver seri problemi d’udito solo perché ogni tanto non rispondo
prontamente alle loro interrogazioni mentre magari son assorto in profondi
pensieri filosofici. E loro in coro. “… rassegnati. Oramai vai verso la
sordità. Ti manca solo l’apparecchio acustico”. “Magari dipende da
quell’otite non curata oltre trent’anni fa?” provo a replicare mentre li
sento beffeggiare. E in effetti se ripenso ai maschi del mio ceppo rammento
che: dopo i settanta ha sofferto nonno forse per i suoi lavori giovanili a
scavar gallerie in Svizzera e a costruir bombe in Germania; dopo gli ottanta ne
patisce babbo che ha lavorato una vita in cantieri edili e si è vestito da
cacciatore per le feste. Tutti e due lavoratori in momenti storici che non
prevedevano l’uso di cuffie, caschi o altri Dpi acustici.
Ma io son
tranquillo; non pratico sport o mestieri o hobby dannosi all’udito.
Comunque mi
attrezzo con prove e visite e controlli prescritti. Con eccesso di zelo mi
sottopongo anche un passaggio di liquidi a pressione per eliminare ogni traccia
di cerume o altro. Questo la settimana passata. Oggi sono dentro un piccolo
ambulatorio pieno di aggeggi elettrici, computer, lancette, visori, cuffie e
tutto quanto lo fa somigliare ad uno studio di registrazione musicale. In un
angolo c’è una cabina, modello le telefoniche del secolo scorso, con seduta
tavolo, cuffie e alcuni pulsanti.
L’ambiente è
perfettamente isolato. Mi sottopongo alle prove.
Queste, compreso
la visita finale, son precise e veloci. Entro la successiva mezz’ora scopro,
come sospettavo da tempo, di essere perfettamente udente. Mi sento come nuovo e
fantastico di potermi sottoporre alle avventure più mirabolanti tipo quelle che
normalmente sono il pane di super Pippo
quando attiva il super udito. Questo vado a raccontare, munito del prescritto
certificato, in famiglia e al resto del mondo. Ma non c’è verso. La sera stessa
si presentano a cena indossando tre cuffie rosse da bagno. Fanno il giro del
tavolo e attaccano la rumba.
“Supercazzola
… za za za … supercazzola … zum zum”.
04/03/21
Divo-c
Divo-c | 2021
Le case ci
abitano.
Le stanze pure.
Non si adattano
alle nostre esigenze ma piuttosto è vero l'inverso.
Questa è la
storia di una di queste.
Il locale nasce
con la casa, poco meno di trent'anni fa, dall'unione di due dei quattro moduli
che generano la planimetria dell'edificio. Quattordici e spiccioli per due è la
superficie. Al centro del lato lungo esterno c'è un camino a sporgere in fuori.
La geometria racconta di un rettangolo stretto e lungo con una finestra, due
porte e tre porte finestre per uscire in giardino.
Neutrale a
quello che succede intorno.
Con un parallelo
politico si potrebbe definire aderente al grande centro anche se nessuno sa mai
di cosa si tratta. Comunque sia il locale ha generato molteplici usi e
funzioni. É stato stanza di giochi per i figli, luogo per alcuni ritrovi conviviali,
cene a sedere o grigliate in piedi e in alcune occasioni si è prestata come
base logistica di appoggio per grandi feste campestri. Poi quando i ragazzi son
stati motorizzati è diventato un grande ripostiglio per gli avanzi della casa:
giochi e mobili, vestiti e scarpe, scatole e scatoloni e quanto altro.
All’inizio tutto organizzato secondo il celeberrimo aforisma declinato dal buon
B. Franklin: “ogni cosa al suo posto e un posto per ogni cosa”. I vecchi
mobili furono sistemati a ripostiglio di oggetti e si costruì ex novo un grande
scaffale a tutta parete per ordinare vecchi libri e il resto. Poi col passar
del tempo l’ordine ha migrato in altri luoghi e il sistema alla rinfusa
ha stravinto alla grande.
Furono spenti i
radiatori e il locale diventò a tutti gli effetti un magazzino,
Tanto che ad un
certo momento, considerata la presenza al piano di un bagno attrezzato e
l’accesso dall’esterno, fu ipotizzata la locazione come monolocale. Ma questo
la stanza lo rifiutò appena lo venne a sapere da certe frasi bisbigliate in
fase di sopraluogo dei possibili inquilini. E dire che mi ero raccomandato: “…
Badate bene di non far capire le vostre intenzioni … fate finta di essere
nostri amici e di chiederci in prestito il locale per la festa dei cent’anni di
vostra nonna … ve lo lasciamo a buonissimo prezzo … con o senza contratto … ma
per piacere … siate volpi”.
Ma niente.
L’ambiente
conosceva i suoi polli e agì di conseguenza. Il giorno dopo la visita la prima
avvisaglia: la fossa biologica, meglio il suo contenuto, se n’uscì a spasso per
il giardino arrivando a sfiorare la porta. Pochi giorni dopo, lo rammento bene
per via che era il venticinque dell’ultimo mese dell’anno, nel pomeriggio si
sentì un tonfo tipo “scrash” e a seguire un rumore come di rubinetto
aperto a bocca completa. Si era spaccata la tubazione in lavanderia e prima di
aver individuato il problema e la valvola di chiusura tutto il piano era in
acqua alta per cinque o sei centimetri. Un dramma.
Intenti al
salvataggio del possibile successe che le luci della stanza si accesero ad
effetto discoteca.
Solo loro. Nelle
altre stanze l’impianto funzionava in regola. Qui no. Come se un qualche
imbecille di turno si fosse divertito a spengere e accendere l’interruttore sul
modello che usava alle feste in casa di un tempo. “Mistero della scienza e
della tecnica oppure una qualche presenza animava il locale?”. Forse era
semplicemente volpe lei e baccalà noi.
Come sia non si
è più ragionato di locazione e simili facezie.
Alla fine eccolo
qua. Pulito e imbiancato. Tirato a lucido e rinfrescato. Pronto per diventare
lo studio tutto fare dell’ attività di un umile architetto di campagna; quasi
condotto come i medici di un tempo. Le sistemazioni del nuovo uso sono
indolori. Anzi meglio si adattano loro stesse al locale e seguono la
distribuzione e gli impianti a suo tempo disegnati per altre funzioni. E del
resto è copiato spudoratamente lo scantinato del Mascetti: “Ambiente unico
diviso in comparti … mobili come in Giappone”. Pertanto: archivio, biblioteca,
lavoro e ricevimento; tutto con i mobili. Tutto scientifico ma con vista
campagna per lo spirito e Fico verdino per la merenda.
Tutto ordinato.
Poi giorni fa
l’ultima trasformazione. Una telefonata, anzi meglio un messaggio Whatsapp,
avverte che: “… Buongiorno signore … le devo comunicare che; per effetto
della sua frequentazione di …. ecc. ecc.; da questo momento si deve considerare
in quarantena fino al prossimo tampone che le verrà praticato secondo tempi e
modi stabiliti con il messaggio di posta elettronica che le è stato appena
inviato. Seguiranno precise e
dettagliate istruzioni. Salute”.
Il riferimento
alla salute è quello che mi ha fatto infuriare.
“Ma come;
sconosciuta testina di quiz che non ti firmi neanche mi hai appena comunicato
che non posso uscire, devo scegliermi una stanza e starci da solo per quindici
giorni o anche di più, devo organizzare un bagno personale, non devo
frequentare nessuno e tantopiù le persone in casa e chissà quante altre
restrizioni; e chiudi con: Salute? Ma sei di fuori o cosa?”.
Come sia. Dopo
lo sfogo filosofico mi organizzo.
La stanza è
quella al piano terra con il bagno limitrofo. Ci son tavoli e matite e blocchi
da disegno e libri. Così a sentimento giudico di poterci passare il tempo che
vuole. Per dormire agevolo l’ingresso della sdraia da giardino riposta in
garage e l’attrezzo a brandina con materasso, coperte e tutto l’occorrente.
Giudico l’opera non particolarmente comoda ma questo passa il convento. Faccio
un salto ai piani alti per cuscino, infradito uso mare come scendiletto e
oggetti da bagno.
Per la notte
sono operativo.
Per le
vettovaglie mi affido “Anema e core” al parentame che alloggia ai piani
alti. Per l’acqua ho la brocca filtrante, ultimo modello etico e solidale, e
per il vino la cantina a tre passi. Come tirabusciò uso il coltellino svizzero
che ho sempre nel saccapane mentre per il caffè; cui prevedo ingerire gran
quantità; ho trovato una vecchia macchinetta da uno. Dentro lo stesso
scatolone, avanzo mai aperto del trasloco dello studio numero undici, scopro la
presenza del fornello elettrico, lungamente e inutilmente cercato, che davo
oramai scomparso per sempre.
Alla fine accedo
al servizio di posta.
Ai soliti
convenevoli, che risparmio. segue la frase: “… in via cautelativa è quindi
sottoposto a quarantena preventiva perché sospettosamente sospetto ad aver
contratto una qualche forma di Covid”. E io ad alta voce: “Covid … Covid
… mumble … mumble … dove ho già sentito questa parola?” E all’improvviso
salto in piedi, agguanto lo specchietto retrovisore della Cinquecento elle e
l’appoggio sul tavolo. Apro il cassetto, prendo un foglio bianco formato A4 e
la penna stilo. Scrivo: “divoc” e lo specchio per leggere “covid”.
Il mio amico Sergio di marina di Campo avrebbe di sicuro aperto la discussione
con il suo mitico: ”Bestiale”.
Intanto il
solito messaggio elettronico, questo di Silvia, interrompe questi fugaci
pensieri.
“Attento che
scendo le scale. Ti lascio il vassoio, quello arancio di pvc trasparente che
abbiamo preso ad Arzachena, sull’ultimo scalino. Stasera cena anni ottanta:
tortellini rosé e insalata russa. Pane integrale una fettina come un velo. Senza vino che la sera fa tappo. Frutta
neanche. Caffè se lo vuoi te lo fai. Controlla che ci sia tutto e casomai
avvertimi. Buon appetito. Un bacio” Una vera casa-studio con servizio di
pensione completa
Alé. Servito e
riverito come un Divo-c.
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