Lettori fissi

04/09/20

Deambulando

 


Deambulando | 2020

 

Mi son alzato alle sei.

 

Anticipando la sveglia a carica puntata sulle zero uno. Come sempre da almeno una cinquantina d’anni anche se son a riposo volontario da una trentina. Si lo so che adesso si chiama pensione ma rammento ancora quando, ero ragazzo allora, se ne ragionava come di un periodo transitorio di pochi anni.

 

Per via che di regola prima dei settanta si scriveva il testamento.

 

Gli anni dopo la guerra raccontavano della generazione che aveva combattuto e perso e adesso ricostruiva il paese. Giovani trentenni con genitori cinquantenni che parevano loro nonni. I sessantenni di allora sono paragonabili agli ottantenni d’oggi. In poco più di cinquant’anni l’età media ha fatto uno zompo notevole.

 

Un salto di quindici barra vent’anni e a volte anche di più.

 

Fatto sta che quando mi è arrivata la pensione contavo i cinquantacinque ed ero nel pieno delle forze. Fisico - psichiche e quell’altre che, per decenza, la mia generazione rammenta di rado. Comunque tanto per dire dopo che ho smesso di lavorare  ho avuto tre amanti e due in contemporanea. Son diventato anche nonno di tre solari bambine che abitano, aimè, lontano una cifra. Le vedo, come le loro mamme, solo un paio di volta l’anno per le feste comandate. Le sento invece tutte le sere con l’applicazione WA del nuovo smartphone che mi hanno regalato lo scorso Natale.

 

Ho passato gli ultimi trent’anni baloccandomi nel campo sopra il paese.

 

Tutte le mattine, che piova o nevichi e anche col sole a picco, prima delle otto, sto in pista a trastullarmi con insalata e ravanelli, patate e mele, olive e pomodori. Secondo la stagione. Poi verso le nove arriva la Piera con la colazione, per lo più pane, salumi e a volte verdure, oltre al consueto quarto di rosso.

 

Piera; la compagna di una vita.

Ci siamo veduti e piaciuti in pochi minuti. Io lavoravo alla fornace di mattoni laggiù a San Giovanni  e lei abitava al Ponte alle forche. Rammento la prima volta come fosse ora.

 

“Al passaggio a livello prima del Circolo ci si fronteggia da parti opposte. Io vado di fretta che stamani ho la levata del forno delle tegole. Presumo invece lei no visto i movimenti sincopati del suo piede sinistro che muove come se fosse in pista per la gara di boogie woogie. Mi fissa sorniona vestita con la spolverina nera delle commesse del Pratesi che hanno il turno alle sette e mezzo. Niente da fare l’eleganza è nel portamento mica nei vestiti. E lei lo è.

 

Intanto l’intorno è ingombro di suoni e rumori: girandola, campana e motori.

 

La sbarra è sempre giù e non accenna a salire. Del treno neanche l’ombra. La ragazza batte sempre il tempo in sincopata. Tranquilla dei suoi dieci minuti di anticipo. Viceversa i miei venti accennano ad aumentare. Sono al lavoro da neanche due mesi e mi assale il timore di un licenziamento per il ritardo accumulato. Era l’anno della Costituzione ma i diritti dei lavoratori erano ancora da venire. E ciò significa che chi aveva il lavoro cercava di tenerselo ben stretto.

 

Alle sette e ventitre, con il treno appena partito dalla stazione, prendo la decisione.

 

Inforco la bici e mi lancio sulle verghe. Lo sferragliare della locomotiva annuncia l’arrivo del convoglio. Il macchinista aziona fischi e suoni d’ emergenza. Il casellante salta in piedi e strepita a più non posso. Sospetto che stia salutando me e i miei parenti tutti. Anche i più lontani. Sono a metà del percorso tra le due sbarre bianco rosse quando la ruota della bici si incastra nel binario. Maledizione. Devo scegliere: la bici o io.

 

Scelgo io.

 

Con un balzo arrivo oltre e li ci trovo la ragazza dal piedino ballerino. Incazzata come una iena. Alzo le braccia per difendermi dalle sue leciti rimostranze ma la scopro lanciata in corsa verso il conducente del treno. Che ne frattempo è riuscito a inchiodare prima di fare un frontale con la mia bicicletta. I due iniziano una poco civile discussione mentre mi s’accende una lampadina e s’apre il cuore.

 

Realizzo che mi ama. Ci sposiamo dopo nove mesi”.

 

Lei se n’è andata l’autunno scorso e da allora non sono più lo stesso. Tanto per dire ho dovuto imparare le faccende di casa e un minimo di informazione su cibi e come cucinarli. Lavare è stato facile con la lavatrice ultimo modello e i detersivi monodose. Di stirare non mi interessava prima e tanto meno adesso. Un paio di volte alla settimana viene una ragazza; se si pole chiamare ragazza una signora di cinquanta e più; per le pulizie.

 

Per il resto mi arrangio anche se ogni giorno avrei voglia di andare a trovarla.

 

Poi il giorno dell’Immacolata cado malamente per le strette scale. Si rompono piede, tallone e diversi ossetti collegati di cui non ricordo il nome. Quella serie di fratture scomposte mi costringono in ospedale fino dopo la Befana. Dopo una mesata di riabilitazione nelle palestre della struttura sanitaria mi lasciano libero di tornare a casa.

 

Ritorno a Loro nella casa in pietra di via Roma.

 

Quella davanti all’abitazione di Venturino di cui mi onoro di esser stato buon amico. Ogni tanto lo accompagnavo a risalir il Ciuffenna alla ricerca di tronchi e sassi di fiume; la materia prima dei suoi lavori. Lui portava un grande blocco per disegno ed uno zaino per trasportare il bottino mentre io lo seguivo col saccapane stracolmo di generi  di prima necessità.

 

Poi un giorno venne in casa e mise la Piera in posa.

 

Il suo ritratto di tre quarti fa bella posa di se ogni volta che entro o esco. Stamani c’ho parlato confessandogli dubbi e paturnie. Infine mi son armato di tutto punto per il viaggio e via a piedi per la discesa. Col passo sghimbescio del  formichiere in caccia di prede son scivolato per l’erta fidando della diabolica macchina che mi agevola il camino.

 

“Il deambulatore.

 

Il carrello di ultima generazione è un vero portento i cui punti di forza sono: disegno e finitura, leggerezza e facilità d’uso, adattabilità e dotazioni, ruote indipendenti ammortizzate e freni al manubrio, etico e ecologico considerato che funziona a spinta senza ausilio di motori o altro. Buon ultimo il contametri.

 

Un aggeggio del futuro per una persona del passato”.

 

Assorto in questi pensieri sono arrivato alla fermata del pullman per  Terranuova. Con Piera ci si spostava sulla Panda 4x4 ma da quando mi son rotto non mi han confermato la patente. Ergo mi tocca arrangiarmi col mezzo pubblico che non usavo dalla fine del secolo. Vado al nuovo Centro per la riabilitazione che si trova presso la Casa della salute.

 

Proprio la settimana scorso ho visto la fine di un servizio che ne parlava.

 

È stata da poco aperta una nuova ala su due piani con palestre e depositi. Le immagini davano conto di locali estremamente funzionali e attrezzati di tutto punto. Si vedeva una stanza di ricezione, posizionata tra le due sale, lunga tutto lo spessore trasversale del nuovo edificio che si sviluppa nel retro della struttura principale. Al termine la videocamera indugiava su un gruppo d’invitati; se non ho inteso male gli architetti; che magnificavano lo splendido ingresso in forma d’aula passante a tutt’altezza. Un passaggio che unisce il resede sul verso e allo stesso tempo consente un ingresso indipendente. E poi giù a randa la descrizione tecnica: … facciata continua tutto vetro, … generosi  pacchetti murari, … casa clima, … portico tutt’altezza, … fotovoltaico amorfo, … scritta d’alluminio retro illuminata … facciata ventilata in terracotta, … tetto anche.

 

Devo dire la verità: ciò capito poco.

 

Ma ora bando alle ciance che è l’ora. Sono sceso alla fermata alle 8:45 ed ho appuntamento col fisioterapista alle 9:00. Ergo se da tartaruga mi faccio lepre magari ce la faccio. Saranno duecento metri fino all’ingresso. Ho azzerato il contatore scendendo dal bus. Ai centosettanta arrivo nel piazzale davanti. Giro a sinistra. Stimo ai centottanta, o giù di li, la prossima cantonata. La campana della chiesa della Misericordia e anche quella di Mario (ndr. Santa Maria Nuova) rintoccano fino a nove. Son preciso e puntuale.

 

Non vedo l’ora di svoltar l’angolo.

28/08/20

Diploma


 

Diploma | 2019

 

Il titolo dello stampato è quanto mai prolisso.

 

“scuola  internazionale scheidegger per la preparazione professionale commerciale”. Come di regola è posizionato in alto centrato poco sotto il logo “SIS” acronimo delle tre prime parole.  Ancora a scendere si trova la scritta “DIPLOMA”; stesso carattere Bodoni ma formato extralarge altezza circa centimetri tre. Trattasi di cartoncino, fondo giallino spento, formato A4 verticale munito di regolare doppia cornice geometrica a raffigurare una specie di quadretto. Il foglio tipografico racconta che il signor “Pinco Pallino ha partecipato al corso eccetera con il voto eccetera in data eccetera”. In basso a destra il marchio grafico: uno scudetto con tre gigli sovrastato da un cappello a cilindro e contornato da fogliame di varia natura e provenienza. In basso a sinistra qualifica e firma del direttore e dirigente.

 

La data mi trasporta al mese degli esami.

 

L’ottobre precedente; spronati da quelle rompi delle nostre mamme; “io, col mio amico 'Culo di gomma', famoso meccanico,” (ndr. Francesco De Gregori, Buffalo Bill, 1976) ci facemmo coinvolgere nel corso di dattilografia per via che “… dammi retta Nini … quando ti dovrai proporre per un impiego …  è di sicuro meglio un diplomato geometra che sa anche scrivere a macchina di quello che non sa!” Entrambe ci convinsero quindi a iscriverci e soprattutto frequentare la scuola.

 

Che non fu uno scherzo.

 

Era l’anno della maturità e anche i menefreghisti come noi un poco di strizza l’avevano. La sede delle lezioni era situata nel fondovalle al piano terreno di un anonimo locale riattato per l’occasione. Dalle nostre case quel posto distava buoni quindici chilometri. Che dovevamo percorrere col motorino la sera dopo il tramonto. Ci accompagnava un capiente zaino verde militare con dentro gli aggeggi del mestiere. Per catturare anche gli studenti lavoratori la lezione settimanale si svolgeva il martedì dalle diciannove per novanta minuti e anche oltre. E in sovra più il corso si svolse durante l’inverno con tutti gli agenti atmosferici collegati.

 

In vespa col parabrezza e l’incerata gialla.

 

Nel costo base del corso era compreso il comodato d’uso di una macchina da scrivere portatile, color giallino diploma, marcata col nome della scuola. Il tagliando adesivo copriva il vero marchio di produzione riconducibile a nota industria con sede ad Ivrea. La particolarità di quello strumento erano i coperchi di plastica colorati posti sopra alle lettere.  A fine corso potevamo poi riscattare la portatile ad un prezzo da usato.

 

Per mio conto avevo già scelto: Lettera 22 tutta la vita.

 

Rammento i mesi invernali passati ad esercitare mani e testa su tastiera e manuale. La scrivania che avevo in camera era progettata per leggere libri e non per pestar tasti. I quindici centimetri di altezza in più furono annullati da tre cuscini appositamente realizzati dalla massaia. Godendo quindi della postura ottimale mi potei concentrare su precisione e velocità. Memorizzai e tasti nascosti dalle capsule colorate e via con le dieci dita. Con costanza mi applicavo tutte le sere dopo cena fino a riempire una cartella piena di errori, cancellature e correzioni. Il foglio pareva un campo minato con le bombe appena scoppiate.

 

La battaglia si protrasse per i cinque mesi a seguire.

 

Poi se Dio volle terminò. Non per volontà degli alunni quanto per il fatto che c’era da sostenere l’esame di primo livello del perfetto dattilografo. I mesi precedenti ci eravamo organizzati in coppie con serrate sessioni di lavoro nei pomeriggi dei giorni di festa. Eravamo un poco migliorati nella precisione ma la velocità lasciava ancora a desiderare. Tra i venti studenti del corso alle simulazioni d’esame ci piazzavamo tra la terza e la quarta cinquina partendo dall’alto.

 

E da li non ci schiodammo.

 

La prova d’esame fu quanto mai comica per via che ad un certo punto si guastò una delle macchine e anche la sostituta si inceppava in continuo. Colui il quale toccò in sorte tutto questo ambaradan fu omaggiato del quarto d’ora in più. Il tapino; che in verità batteva i tasti come un Hemingway fortemente ubriaco; s’incazzo notevolmente millantando presunte conoscenze in alto loco. In realtà era solo il nipote del padrone del fondo ma comunque il suo esame finì con un  bel terzo posto di sicuro telecomandato. Per decenza, imbarazzo e pudore non lascio scritto ai posteri la mia posizione ma solo quella del mio amico  sapendo che: 1) ero dietro di tre, 2) tra noi c’era un operaio che aveva perso il mignolo sotto ad una pressa, 3) il compagno aveva il numero diciassette, 4) subito dopo il lavoratore c’era una massaia che spesso la sera marinava la lezione per doveri di famiglia.

 

Comunque sia alla fine ci fu la consegna dei diplomi

 

Alla cerimonia, sapientemente organizzata per iniziare alle 18:30 e terminare entro le 19:00 per potersi mettere in fila davanti al Masaccio dove usciva il primo Guerre stellari, parteciparono anche le mamme, che si tirarono dietro i rispettivi coniugi, convinte di fare una bella figura coi loro pargoli provetti dattilografi. Non è disagevole immaginarsi le loro facce alla chiamata in ordine crescente.

 

Il primo e il quarto … zum … zum zum zum … zum zum!

 

Mentre il direttore consegnava il resto degli attestati un botto s’impose sopra ai rumori di fondo della stanza: il tappo di una dozzinale bottiglia di moscato sbatté sul soffitto e carambolò perfidamente sulla coppa delle fragole con panna rimbalzando infine sulla minigonna della più bella e brava del corso che infatti attendeva sicura la chiamata per il diploma in pergamena. La bionda, poco prima perfettamente truccata, agguantò l’attestato e se n’uscì in lacrime seguita da quell’energumeno del suo fidanzato che promise, al prossimo incontro, “tuoni fulmini e saette” al povero amico mio.

 

Questo fu il mio primo serio incontro-scontro con caratteri, grafica ed editoria.

 

L’estate a seguire, sull’onda del successo conseguito, mi proposi presso un tipografo conoscente per disegnare certi marchi e disegni per alcune aziende della zona che si avvalevano dei suoi servigi. Malamente ne disegnai alcuni che furono, con discrezione, rifiutati. Poi un pomeriggio mi chiamò l’assistente dello stampatore per un incarico sicuro. C’era da disegnare; “… a mano … il cliente lo vuole a mano” disse; la facciata di un capannone incastrato tra altri capannoni nella zona industriale li vicino. E siccome le fabbriche erano tutte uguali e appiccicate come tante case a schiera. “Il bravo illustratore grafico; il tipografo usò proprio queste identiche parole riprendendo il filo del discorso; deve essere in grado di far risaltare la facciata in questione rispetto alle identiche altre”.

 

Con ciò mi consegnò un biglietto con l’indirizzo e una pacca sulle spalle.

 

C’andai con la vespa il giorno dopo. Avevo ordine di non prendere contatti con gli operai e neanche con impiegati o dirigenti. Dovevo lavorare “en plein air”. E così feci. Piazzai la motoretta sul marciapiede di fronte e usai la sella come un instabile piano d’appoggio per il blocco degli schizzi. Chi mi conosce sa anche che son legnoso e approssimativo quando disegno a mano. In verità anche quando disegno con la squadra. Non sono insomma quello che si dice un mago del disegno come ne conoscevo e conosco.

 

Tuttavia, dopo un intero blocco di disegni, uno pareva presentabile.

 

Aiutato da alcune polaroid lo terminai al tavolo di cucina e il giorno dopo lo consegnai fiducioso al committente. Dalla smorfia con cui accolse la vista dell’immagine  compresi che non tutto sarebbe andato liscio. Infatti ci dovetti lavorare per tutta la settimana con versioni differenti: a filo di ferro in bianco e nero, a pastelli a colori con le ombre e via e via. Poi alla fine; con l’idea di presentarle tutte e far scegliere al direttore dell’opificio; le accettò tutte e mi pagò il prezzo stabilito. Una miseria per il tempo impiegato

 

Non so se sia mai è stato usato alcun mio disegno.

 

Quello che posso dire è che anni dopo, incrociando ricordi, articoli e immagini, ho realizzato di aver disegnato, con la percentuale di errore dell’uno per cento, la facciata della sede della fabbrica di accessori in vera pelle diventata da li a dopo uno dei marchi mondiali della moda.

 

Bastano due parole per la ricerca in rete: luna e regata.

20/08/20

1 di noi

 

1 di noi | 2011

Artigiano

chi esercita il mestiere

con particolare maestria

Dizionario della Lingua Italiana

Sabatini Coletti, 2011

 

Ossessione.

 

Ce l’ha BB per tutte le discipline dell’arte. Come un artigiano dei tempi andati si interessa di tutto quanto le sta intorno. Pittura e scultura, disegno e grafica, letteratura e stampa, storia e anche architettura. Usa con destrezza le tecnologie del contemporaneo e ama la grafite che graffia la carta. Frequenta con accesa curiosità tutta una serie cultori di queste materie. In gioventù si reca nelle loro botteghe a imparar il mestiere.

 

E ne ha giovamento.

 

Ha, come si dice in gergo, una mano splendida e felice. Se provo un raffronto con la mia (ruvida e legnosa … ndr) è meglio che mi rifugi nel sottoscala a ripassare l’alfabeto dell’arte. Poi piglia la licenza per trasformare il territorio e si fa architetto. Un professionista di provincia sempre attento all’estetica delle cose e all’etica del mestiere. Di queste robe se ne ragiona spesso e sempre con molto calore.

 

Sono i suoi aghi ficcati nel cervello.

 

Lo conosco e ci frequentiamo da almeno un quarto di secolo ma non conoscevo l’opera che voglio raccontare. Si tratta di un tavolo con alcune sedie disegnate circa venticinque anni or sono per non so quale camera del lavoro. Le ho viste recapitare l’anno passato, da non so quale corriere, direttamente nella casa degli architetti.

Mi cimento al resoconto munito del maledetto affare di metallo e silicio e cristalli liquidi; di quelli che catturano anche le immagini; della penna Pilot nera zero punto cinque e del quadernetto d’ appunti che ho sempre in tasca .

 

Le misure le piglio con il corpo.

 

L’ho imparato diversi anni fa al tempo degli studi di disegno e rilievo. Da terra all’ombelico misuro centimetri novantanove, il palmo esteso misura ventuno, le spalle fanno cinquantadue, un piede scalzo son venticinque, il pollice arriva a tre, un passo lungo fa novantanove, e via di seguito. Non sarà scientifico ma chi se ne frega. Mi stiro i muscoli ed allungo le membra. Son pronto.

 

Comincio il rilievo.

 

Le proporzioni dei due oggetti discendono dalla geometria del quadrato. Son parimenti due i materiali adoprati. Legno massello per i piani e acciaio saldato per le strutture. A tutto spessore senza trucchi né inganni. Solo materiali ignudi e crudi. Senza tubolari e manco impiallacciature. Da buon rilevatore comincio da quello più grande e per primo disegno il piano.

Mi occorrono quattro palmi precisi. Da terra alla sommità ci vogliono gli stessi numeri. La struttura portante è costruita da tre lamiere saldate a formare due “ci”, ruotate di novanta gradi centigradi, appoggiate a terra con piedini regolabili per la messa in bolla. I due elementi principali misurano un palmo meno due terzi per un mezzo di pollice di spessore. I due elementi principali sono, in basso, uniti e resi solidali da una “ics” costituita da tondini, diametro mezzo pollice, distanziati da terra di sette centimetri. Il piano di legno di abete rosso (larice per il volgo … ndr) è finito a cera e ingentilito, su due lati, da una scorniciatura a becco di civetta.

 

Lo spessore? Due pollici abbondanti.

 

La sedia propone i medesimi rapporti e materiali. L’ingombro della seduta lo misuro con due palmi più un pollice. Gli stessi che occorrono per l’altezza al culo. Per arrivare in sommità dello schienale basta raddoppiare. Se mi ci accosto con la pancia noto che ci manca un pollice all’ombelico. Gli spessori di tutto l’ambaradam son proporzionati al tavolo e ridotti di circa un terzo.

 

Mi siedo sulla seggiola e mi appoggio al tavolo.

 

Ora mi tocca di far l’analisi critica dei due complementi. Non è nelle mie corde far le bucce ad un amico ma che ci volete far. Questo è il mestiere del recensore. E come un Gesù alle nozze di Cana vi sottopongo per prime le robe difettose. Le strutture di acciaio pieno sono tutte saldate le une alle altre. La sedia è scomoda sia in appoggio che, soprattutto, in seduta. E anche è un pochino troppo spigolosa. Il tavolo è meglio. Anche lui ha però il difetto del peso. Ad occhio saranno una novantina di chili e non vorrei per davvero doverlo trasportar per le scale.

 

Della serie: non tutte le ciambelle vengono col buco.

 

Ora i pregi. I rapporti son veramente interessanti e azzeccati. L’uso dei materiali è preciso e rigoroso. Niente di meno di quanto mi aspetto dal disegnatore che conosco. Il tempo ha lavorato sul legno e lo ha reso ancora più godurioso al tatto. Son convinto che se li potesse aggiornare con le tecnologie contemporanee li farebbe molto più leggeri.

 

In linea con la sua continua voglia di sapere, sperimentare, provare, confrontarsi e rimettersi in gioco. Un vero e proprio moderno architetto condotto. E quando lo rammento mi piace pensarlo al presente.

 

Bruno Benci; uno di noi.

 


13/08/20

Il commissario

 


Il commissario | 2003

                                                                                                                                                         

Il commissario si sveglia di buon ora.

Subito in bagno al lavaggio mattutino. Caffè e sigaretta. Saluto alla famiglia; un bacio a tutti e una carezza a Campione il suo cane da studio.

 

E’ pronto.

 

Quella mattina deve recarsi in Casentino per partecipare alla seduta finale del concorso. Del concorso per la piazza. Della piazza  del vescovo guerriero Tarlati da Bibbiena. Ricorda i consigli dell’informatore: “… dal Valdarno prendi per la strada dei Sette Ponti … poi trovi un paese che si chiama San Giustino … continua ancora fino al bivio che trovi dopo qualche chilometro … girare a sinistra verso il Pratomagno … svoltare  a destra verso la Crocina … trovi poi Talla; sei in Casentino .… prosegui nella valle … strade strette e curve a gomito … vai avanti … sempre avanti … non svoltare fino a quando non trovi un ponte su un grande fiume il cui nome non ricordo … mi pare che sia Arno ma non vorrei sbagliarmi … fai il ponte … svolti a sinistra e continui … sei a Rassina … sei vicino … a un certo punto trovi una specie di gigantesco monolite che si staglia sotto a un monte … assomiglia a certe visioni del Sant’Elia … tutto cemento armato, con ponti aerei e strade ferrate, silos e capannoni … è una fabbrica di cemento … vai ancora dritto … sei quasi arrivato … tra un poco trovi i cartelli per la svolta a destra … stradina tortuosa dentro le case … sei arrivato … parcheggi e fai colazione al bar-pasticceria vicino al Municipio”.

 

Segue alla lettera i consigli dell’amico e durante il viaggio si rilassa insieme alla grande Ella. Non conosce la città e la piazza che deve giudicare e allora decide di arrivare per tempo e di scoprire il paese. Strette viuzze in salita, case a schiera e palazzi tre/cinque/ottocenteschi. Su fino alla cima del colle. Su fino alla piazza.

 

Interessante il luogo e lo spazio.

 

Di forma circa rettangolare allungata con un sette/ottocentesco palazzotto porticato che ingloba un’imponente torre in pietra di trecentesche forme lungo un fronte principale e stradelle che vengono dal basso. Sulla sinistra gode di una vista mozzafiato verso la vallata ed il castello fortificato di Poppi.

Grande.

La piazza sembra da pochi anni risistemata con una civile pavimentazione in bigie lastre di pietra arenaria. Un rettangolo centrale scontorna gli edifici limitrofi. Pare una operazione corretta. Forse ci manca qualcosa … riflette. Forse ci manca una fontana … una statua … una vasca. Forse è per questo che è stato chiamato in giudizio. Forse.

 

Bando alle ciance. Sono le nove. E’ ora.

 

Allora giù verso il palazzo comunale. Dentro il salone delle adunanze. Innumerevoli progetti [disegni e plastici, carte e relazioni, modelli e bozzetti] lo accolgono insieme agli altri giurati [pardon, commissari]. Saranno stati almeno sessanta compreso le persone che saluta: conoscenti e amici; rappresentanti del popolo, operatori economici e tecnici; dirigenti, professori e sindaco.

 

E’ felice; respira l’architettura.

 

E’ la prima volta che si prepara a giudicare. Ha partecipato, prima di allora, ad almeno diciassette/diciotto competizioni progettuali con alterne vicende. Uno/due vinte; due/tre rimborsate; tre/quattro (ma sono molte di più naturalmente) perse.

 

Tutte comunque non realizzate come buona regola italiana.

 

Si informa del perché del concorso e le sue supposizioni trovano conferma. Ella (la piazza) è stata risistemata alcuni anni or sono dalle sapienti mani dell’ufficio lavori pubblici. C’era una fontana/vasca per abbeverare i cavalli. Sotto la piazza si trova ancora un grande deposito voltato e ripieno di accadueo. La vista mozzafiato si gode passeggiando sopra al (brutto) tetto di un edificio costruito negli anni trenta/quaranta. Il palazzo porticato è stato edificato in luogo di un antico palazzo vescovile costruito, pare, dal vescovo Tarlati da cui il nome di battesimo della piazza. In anni recenti è stata approntata una proposta di ri - sistemazione civile dello spazio con una grande vasca/fontana circolare che però non ha ricevuto il gradimento delle statali istituzioni preposte al controllo delle cose storiche – artistiche – architettoniche – e -paesaggistiche della provincia. Allora il concorso ha colto l’occasione per assorbire altre e nuove idee per  sistemazione del pubblico invaso e rivitalizzare così la città.

C’è grande fermento nella gente e nelle istituzioni. Tutto il popolo attende fiducioso di conoscere il progetto “primo premio”. C’è la volontà politica e pare che ci possano essere i quattrini (prima erano lire adesso sono euro ma sempre soldi sono) per costruire.

 

Anche il nostro commissario è fiducioso.

 

Si svoltano le carte; si leggono le relazioni, si osservano i plastici, si toccano i modelli. Si studiano insomma i cinquanta progetti. Si cerca di visualizzare l’architettura. Si apprezzano diverse possibili soluzioni proposte e se ne scartano altre. Si sottolinea la qualità della resa grafica della generalità dei corridori al concorso. Si ammira la pura bellezza di certe rappresentazioni foto-realistiche. Si parla di luoghi e materiali, di paesaggio e città. Si ragiona di architettura; si giudica insomma.

 

La discussione si fa accanita. Rimangono in quindici … poi in dieci.. poi in sette. Siamo vicini alla fine. Pausa caffè e pasticcini.

 

Si riprende. Sono in sette.

 

Rimangono in quattro ma  “… ne rimarrà solo uno …” ; come recitava una grande film; che raccontava un possibile prossimo futuro; di alcuni anni fa.

 

La piazza se la giocano in quattro.

 

Una monumentale ruota d’oro con vasca incorporata e un pavimento concentrico in pietra che, assumendo a riferimento il centro della ruota, si estende indifferentemente in tutti i luoghi del progetto.

Un garbato getto d’acqua che si insegue e si fa inseguire dai bambini che giocano in piazza e non modifica quasi per niente l’assetto planimetrico/morfologico della piazza.

 

Una lunga/stretta vasca rettangolare che contiene ciottoli di fiume, acqua bassa e proiettori luminosi e imposta un minimale sistema di sedute in pietra con luci a raso terra.

 

Una grande fontana/vasca circolare in marmo con luci interne che si colloca sopra al deposito sotterraneo e qualifica il progetto come unico ed isolato elemento rispetto a quello che già è costruito.

 

Vince la ruota. Vince l’arte.

 

Ai posteri il giudizio.

06/08/20

Labor


Labor | 2007

Che cos’è il genio?

E’ fantasia, intuizione,

 colpo d’occhio e

velocità di esecuzione.

Benvenuti, De Bernardi, Pinelli

AMICI MIEI

(Rizzoli, Milano, 1976)

 

Una strada si incunea nella valle.

 

E’ la regionale settantuno del Casentino che passa sopra all’Arno su uno sgraziato ponte in cemento armato. Poco prima del passaggio sul fiume la strada svirgola a destra con una curva che a scuola si chiamava “ad angolo giro”. Ecco. Siamo arrivati al luogo. All’ingresso da sud all’abitato di Capolona. Se si prende a sinistra lungo il fosso Catriolo si possono ammirare i recenti opifici sotto la collina terrazzata.

 

Se si gira per la mano dritta ci si avvia verso il paese.

 

Appena passato il sottopasso della regionale si potrebbe ancora svoltare a destra e capitare in San Martino Sopr’Arno. Oppure proseguire dritti, frisare la villa detta La Nussa, e sbattere   sul muretto di affaccio al fiume. Dopo la retromarcia dell’auto si potrebbe parcheggiare in zona a rischio multa e scendere all’acqua verso l’eco museo ricavato dentro un caseggiato  che un tempo occupava la fabbrica dell’energia. Oppure proseguire lungo la strada che corre parallela al correre dell’acqua ed entrare in paese. Ma noi si parcheggia, poco prima, nello spiazzo sterrato all’angolo con l’antico fortilizio e si scende. Davanti a noi gli orti lungo il fosso. Poco più dietro la fabbrica dismessa che un tempo produceva oggetti di metallo giallo e prezioso.

 

Una terra di confine.

 

Non ancora città e neanche più campagna. L’ingresso al paese da mezzogiorno.

 

 

Il posto del progetto.

 

Il gruppo al lavoro è composto dal docente Alessandro Mendini architetto con sette giovani progettisti coadiuvati da chi scrive in veste di tutore e da Roberto Remi artista.

 

Il metodo adoprato è semplice ed essenziale. Quasi uno standard per questo tipo di interventi da costruire in pochi giorni in luoghi poco conosciuti  dai progettisti. Riunioni di conoscenza del luogo e sopraluoghi diretti. Foto e disegni. Discussioni e prime idee. E poi la scelta. La copertura a “shed” del luogo di lavoro davanti al fosso diventa il simbolo architettonico del progetto. Sulla base di un semplice schema ogni partecipante si occupa principalmente di un pezzo del progetto senza però tralasciare l’immagine totale. Dal particolare al tutto. Con continui aggiustamenti di tiro.

Una sorta di “jam session” dell’architettura.

 

Se ne vengono fuori allora tante proposte per uno stesso tema. C’è chi si occupa dell’organismo funzionale interno con lo studio delle piante e delle sezioni oppure chi disegna l’accesso dalla parte del fosso e il giardino degli olivi. Ancora chi studia la pelle dell’edificio e le tessiture della facciata o invece chi ragiona sul materiale della copertura e sui decori dei pannelli di rivestimento. C’è poi chi  prende in esame il sistema degli arredi urbani con le trame delle pavimentazioni esterne o anche chi si concentra sullo studio del porticato di ingresso all’organismo.

 

L’artista concede preziosi consigli sul colore e sulla percezione

Il docente lega tutto quanto con un immagine unitaria, forte, potente e urbana.

Al tutore il compito di girar per i tavoli ad incoraggiare i progettisti..

 

E poi, siccome non ha niente altro da fare che facilitare il lavoro altrui, si mette in testa di produrre qualcosa. Labor(a) a certe immagini, disegna un logo e scrive una novella. 

30/07/20

Vorrei


Vorrei | 2003

 

Vorrei mangiare più sano e naturale.

 

Vorrei nutrirmi con i prodotti che usavano le nonne. Vorrei assaporare i prodotti naturali. Vorrei … ma la sera torno tardi; apro il frigo; accendo il forno e mi pappo la porzione precotta davanti alla televisione.

Vorrei vivere senza dover pensare alla guerra del petrolio. Vorrei vivere in pace. Vorrei essere un po’ americano e un po’ arabo. Vorrei… ma guido l’automobile e sono pieno di contraddizioni. Vorrei costruire un edificio per i bambini. Vorrei costruire una scuola. Vorrei costruirla senza cemento.

 

Vorrei … e allora ci provo.

 

Tutto sommato sono (siamo) affezionati alle cose normali; al pollo del contadino e all’offerta imperdibile del supermercato; un po’ di tecnologia e un pizzico di natura. Viviamo una normale vita e proviamo a pensare da architettori. Edilizia e architettura. L’architettura per i figlioli e per le maestre. L’architettura per lo studio e per il gioco. Civica e urbana a un tempo. Adatta allo studio ma pensata anche per il gioco. Che inizia in una piazzetta asfaltata contornata da un gruppo di case sgranate lungo un antico percorso a mezza costa tra Firenze e il Valdarno.

 

Il posto dell’architettura è un campo un tempo coltivato ad olivi di forma rettangolare irregolare. Un muretto in pietra alberese lo divide da una piccola strada a piedi. Un canale di scolo lo confina sull’altro dirimpetto. Il bordo a contatto con la piazzolina è caratterizzato da una scarpata alberata . Il terreno è in pendenza verso il baso e si apre verso una; ancora abbastanza interessante; tipica campagna toscana.

 

Questo è il luogo.  Vediamo il progetto.

 

L’ingresso si intravede percorrendo la via del San Donato. Le auto accedono da passaggi separati e si posizionano in file ordinate sopra ad un prato. I pulmini dei bambini in età prescolare continuano verso la parte bassa del lotto e lasciano gli scolari vicino all’ingresso della materna. I ragazzi delle elementari e le insegnanti percorrono un piccolo ponte/viadotto e trovano l’edificio. Un fronte orientato verso nord e verso la piazza. Una loggia di ingresso.

 

Accediamo insieme ai figlioli.

 

I custodi ci accolgono nella loro stanzetta e ci guidano lungo un emiciclo che, ogni tanto, affaccia nel piano sottostante. Verso destra il corridoio da acceso alle varie classi ordinarie, a quelle speciali, ai locali per l’igiene e alla biblioteca. A sinistra possiamo entrare nella palestra/auditorium  mentre se apriamo la porta di fronte siamo dentro alla stanza delle maestre. Ma noi continuiamo il nostro giro e scendiamo la scala.

Adesso camminiamo al piano terreno che si sviluppa in maniera simile al di sopra. Se fosse mezzogiorno potremmo entrare nella mensa e mangiare. Ma sono le otto e allora bisogna entrare in aula. La maestra ci accoglie. La forma del locale è strana; assomiglia ad un pezzo di torta come quelle del compleanno. Il soffitto è di legno dipinto, le pareti gialline sono finite con un normale intonaco a calce. Sul lato opposto alla porta di ingresso tante porte vetrate conducono lo sguardo verso l’esterno.

 

Forse possiamo uscire?

 

No perché adesso è ora di lezione. Sistemiamo le nostre cose e ci sediamo. Il tempo scorre in fretta. Sono le dieci e quindici. È ora di merenda. Ai nostri tempi (noi che raccontiamo) si chiamava colazione ma tant’è. La maestra giovane e carina. Simpatica e gentile. Bambini potete uscire all’aperto ma mi raccomando non andate per le scale. Io e la mia amica del cuore usciamo. Siamo dentro a una specie di cortile semicircolare contornato da un portico con ballatoio al piano di sopra.

 

Forse sono dentro all’architettura?

 

E’ una bella giornata di settembre e tutti i ragazzi sono fuori. Faccio amicizia con un sacco di gente e ritrovo anche alcuni amici con cui ho frequentato la materna l’anno passato. Sono curiosa; lascio il gruppo delle ragazze mi avvicino al fondo della piazzetta pavimentata con una pietra bigia con ricorsi bianchi. C’è un muretto e un cancello. Da una parte una piccola cascata attira la mia attenzione. L’acqua scorre sopra a un muro in pietra e accompagna una rampa a piedi.

 

Guardo giù.

 

C’è una vasca piena di un liquido trasparente tipo (come mi ha insegnato babbo) acca due O . Appena finisce la vasca inizia una parete vetrata e vedo Guido, il fratello piccino che proprio oggi inizia la materna. Mi vede anche lui. Lo saluto e decido di scendere di sotto. Piano piano che tanto nessuno mi vede apro il cancello e vado. Lui corre all’ingresso e ci incontriamo.

 

Mi racconta un sacco di cose.

 

Mi racconta delle maestre e della scuola, del pulmino che lo ha portato fino a dentro e dell’autista. Mi dice  che le sue stanze si aprono verso un campo di olivi. Il soffitto della sua aula è “… una specie di triangolo in legno …” e fuori l’aula è schermata dal sole per mezzo di un pergolato in legno. E’ felice perché ha ritrovato tanti amici del nido. Le insegnati lo hanno guidato alla scoperta della scuola e delle aule speciali. Si è molto divertito soprattutto quando hanno fatto i salti e le capriole nell’aula delle attività motorie. Continua nel racconto e mi confida che dopo mangiato le maestre hanno promesso di condurre la sua classe dagli animali. Ci sono i polli e le anatre. C’è anche un cane che si chiama Campione. Vorrebbe continuare ma la sua maestra lo chiama.

 

Io fuggo di sopra e mi intruppo con gli altri.

 

Si torna in classe. Si torna a lezione. Che palle. Per fortuna tra un ora ho ginnastica. Per fortuna l’ora passa veloce. Su bambini prendete lo zaino delle scarpette che si va in palestra. Siamo dentro una grande stanza molto alta. Delle strane strutture a triangolo reggono la copertura. Ci cambiamo nello spogliatoio per le femmine.

 

Devo fare pipi..

 

Vado in bagno e dopo mi metto la tenuta da ginnica. Mi piace la ginnastica e domani, in paese, inizio il corso di quella artistica. Esco dal locale e una fitta fila di colonne mi accoglie. Su in alto vedo passare una maestra che ci saluta. Ci divertiamo a fare gli esercizi fino alla mezza.

 

Adesso è ora di mangiare.

 

E’ una delle cose che più mi piacciono. Speriamo però che non ci sia il pesce con l’insalata perché allora salto il pranzo. Ho fortuna che il menù propone: spaghetti al pomodoro, fettina ai ferri e patatine fritte. La frutta la mangio a merenda. Il dopo mangiato scorre lento. Non vedo l’ora di uscire per raccontare alla mamma tutto quello che ho fatto nel mio primo giorno di scuola.

 

Mi sono scordata di parlare del Lucignolo in bronzo che mi ha accolta all’ingresso ritto sopra un basamento circolare in pietra. Speriamo che i soldi per costruirlo siano sufficienti altrimenti mi tocca chiedere al babbo di rinunciare all’arte


23/07/20

Uno zero quattro



Uno zero quattro | 2020

Centotre è un numero primo.

Centoquattro no; nel caso in questione è la somma di cinquantadue sommato a se stesso. Uno zero quattro è un numero composto come tanti e come tale non particolarmente significativo per la ricerca matematica o per il destino dell’umanità.  Per esempio non è neanche sfiorato della serie aurea o di Fibonacci per via che sta lontano sia da quello precedente 89 che dal successivo 144. Se viceversa si fanno ricerche nel campo delle proprietà matematiche si trovano diverse informazioni e curiosità.

In tal caso gli interessati se le vadano a vedere.

Per quanto mi riguarda due anni di novelle settimanali fanno per l’appunto questa cifra. Con questo numero mi ero proposto di chiudere i secondi trecentosessantacinque giorni di racconti e prendere una pausa.

Poi ho contato i racconti avanzati

Tra finiti, corretti, battezzati abbozzati e avviati sono (quasi) arrivato a coprire la prossima stagione.

Ergo: pronti … al tre … uno due tre … via.

Buone letture.

16/07/20

Interviste improbabili: 3 domande a Carlo Scarpa



Interviste improbabili: 3 domande a Carlo Scarpa | 2020

Per darmi un po’ … così … di coraggio ho voluto consultare il vecchio Vocabolario della Crusca per vedere alla parola arredamento cosa si diceva. E  … anche il Dizionario etimologico del Battisti. Per la parola arredo - arredamento … La Crusca dice alla parola arredamento: “Provvedere del necessario” …
Carlo Scarpa, Arredare, Iuav, Venezia 18.03.1964

Lo vedo appena svoltato l'angolo. Preciso dove aveva detto si sarebbe trovato; seduto al tavolino appena fuori il locale con vista sul canale. Il minuscolo piano circolare di formica verdina è occupato da tre piattini di cicchetti, due ombre e un taccuino cartonato colore rosso sormontato da una stilografica nera. Il pomeriggio del primo giorno di primavera vira verso il tramonto e pennella il cielo con spruzzi giallo - rossi sfumati all’arancione. La scena è quella giusta. Saluto. Sorrido. Siedo. Tre domande. Tre città. Tre storie.
D Firenze.
R C’ho lavorato in più riprese per almeno una ventina d’anni. Quasi sempre in coppia con un carissimo amico che non ha poi avuto al fortuna critica che si meritava. Stiamo finendo la sistemazione dell’atrio di un albergo tra le vie San Gallo e delle Mantellate. La cena, come al solito, è consumata alla trattoria Tito. Durante il pasto finiamo a parlare di fegatelli e del modo di cuocerli. Secondo me, che son foresto, la morte sua è arrosto girato con framezzo di pane raffermo e foglia d’alloro. Per “Ed”, casentinese di nascita, il vero fegatello di maiale è cotto sulla brace a fuoco vivo. Mentre ci stiamo accapigliando sulle sottigliezze della rete avvolta su uno o due giri un’improvvisa folata di vento accompagna l’ingresso di cinque loschi figuri. In realtà, scoprirò poi, son ragazzi di trent’anni e cercano me. Son vestiti e si qualificano come architetti che hanno elaborato alcune teorie in gran voga sulle riviste di quel periodo. Uno di loro, quello con gli occhiali di tartaruga e il basco, racconta che hanno appena ricevuto invito a partecipare a una grande esposizione al MoMA di NYC dal titolo “Nuovi paesaggi domestici”. L’altro che lo fiancheggia, con i baffi e la macchina fotografica a tracolla, senza proferir parola appoggia sul tavolo un fiasco di Nipozzano e sette bicchieri. Brindiamo all’architettura.
D Verona.
R È un posto che ha del magico per almeno tre o quattro ragioni. L’Arena, Romeo e Giulietta anche se sono inventati, piazza delle Erbe, Cangrande della Scala e buon ultimo Castelvecchio. Questo pezzo di città l’ho percorso e disegnato in lungo e in largo per oltre un ventennio: edifici,  mura storiche, ponte, cortili e giardino. Se n’è uscito uno spazio espositivo che ancora oggi; almeno questo taluni affermano; risulta moderno, contemporaneo e felicemente easy. Una volta, intorno alla fine dei novanta, mi son visto “… sfrecciare una piccola sagoma gialla ... (che in) … folle corsa scansa, per miracolo, tutte quelle testine sorrette da eleganti strutture di acciaio che stanno su per miracolo”. Fino al condottiero che in gioventù scorrazzava per le vie della città e adesso riposa in alto sotto la loggia. Bianco lui e bianco il destriero. Tutti e due “ … sospesi nell’aere. Pronti a spiccare il volo verso la gloria”.
D Venezia.
R Facile. È la città che amo. Dove ho studiato,  insegnato e lavorato. Il luogo del cuore è un piccolo negozio di macchine da scrivere sotto i portici di piazza San Marco. Adriano, l’illuminato committente, mi lasciò carta bianca e briglia sciolta. I lavori terminarono nel cinquantotto e d’allora lo spazio ha subito svariati attacchi dal tempo e dagli uomini. Comunque se ci passi è ancora aperto.
D Mi prendo la licenza per una quarta: San Vito …
R … Alt. Per questo solo una battuta: c’ho progettato una grande tomba di famiglia che recinge il piccolo cimitero locale. È stato il mio ultimo lavoro e mi ha impegnato fino alla morte. E oltre.


Venezia: ombre, cicchetti e chiacchiere.
instagram, massimogennari1 |  facebook e ogni sette giorni su www.massimogennari.blogspot.com | Massimo Gennari  | Buoni giorni

09/07/20

Pezzo di legno





Pezzo di legno | 2011

Storia di un burattino
“Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.”
Carlo Lorenzini, cap. 1°, 1877


La conoscenza è il contrario dell’ignoranza.

E per un pischello dei primi anni sessanta la bottega del nonno è il sapere dell’antico mestiere. Li ci passa le lunghe giornate estive in compagnia del fratello. Nel laboratorio del legno ci va a giocare e a scartare i regoli delle persiane e anche e soprattutto a far confondere il parente. L’officina è la sua prima scuola e il banco è il suo primo tavolo da disegno.

Il manufatto è vecchio e malandato come il suo padrone.

Il piano da lavoro è assai pesante e robusto. È lungo due metri e mezzo, largo sessantacinque e spesso una decina di centimetri. È fatto tutto di legno massiccio con quattro grandi gambe inclinate collegate da traversi in guisa di tiranti di collegamento. Per lavorar sul piano il ragazzo deve salire sopra allo sgabello.

Li sopra si diverte a girare il vitone di una delle due morse.

Quando il titolare dell’attività s’inalbera di brutto il figliolo si sposta dall’altra parte e traffica con gli attrezzi riposti nella scanalatura di sinistra. Quando poi il Bruno anziano va a montare le persiane quello giovane prende le consegne della bottega. Diventa “padron del baccellaio” e sale sopra al ripiano a baloccarsi con la raspa o a infilar perni di legno dentro a uno dei quattro fori quadrati che forano la lastra di quercia. Il bancone e la bottega si trovano nel “Colcitrone”; il quartiere più popolare, povero e antico della città.

Da quel pezzo di legno comincia l’esperienza del nostro disegnatore di mobili e case e cose. Sopra a quel panchetto  impara i vari sistemi di fissaggio e di finitura e anche i molteplici tipi di legname. Quest’insegnamenti li travasa nella professione quando comincia il mestiere d’architetto.

Il funzionamento dei giunti, l’unione dei materiali e la fissa del dettaglio l’ha di sicuro imparata allora. L’altro giorno ho avuto la ventura di visitare alcune case disegnate dal ragazzo con la barba. Son passati una quarantina e passa d’anni ma la voglia di esperimentare è rimasta la stessa.

Della prima; una costruzione di sana pianta contemporanea; mi è rimasto in mente il porticato a tutto volume del fronte. E di questo il soffitto. Sarà lungo una ventina di metri per duecentocinquanta centimetri. La struttura è di cemento armato a vista. Il rivestimento è di legno intarsiato secondo un motivo geometrico che discende dalla geometria del triangolo. Dal basso apprezzo l’eleganza del connubio tra le due essenze: frassino per il fondo e olmo sbiancato per le seghettature che si rincorrono senza soluzione di continuità a formare il decoro. Del dentro ricordo un paio di muri ornati dall’amico Roberto; artista di poche parole e molti fatti; e tre tavoli proporzionati sul rettangolo aureo. Trattatasi di pezzi replicati da un unico modello che ha il suo punto di forza negli intarsi del piano. Faggio per le strutture portanti e almeno cinque essenze di legno per le tarsie.

Le altre due abitazioni son piuttosto dei palazzi storici dove il progetto dell’architettura si è concentrato sul restauro e su alcune invenzioni sugli spazi, sull’uso dei materiali di finitura e sulla scelta ragionata di mobili e oggetti di buon disegno. Anche qui rammento alcune pareti ingentilite dalle opere dell’artista. E poi diversa mobilia, soprattutto contenitori e tavoli, costruita appositamente. E di quest’ultimi provo a raccontarne un paio. Quelli; a modesto parere; venuti meglio.

Il primo sta dentro una stanza quadrata voltata da una crociera.  Il piano è di cristallo circolare del diametro di centosessanta o giù di li. Le tre zampe che lo sorreggono son la trovata del designer di razza. Tre morali di noce nazionale sono connessi tra loro secondo una forma spaziale che ricorda un “cavallo di Frisia”. In realtà ogni travicello è composto nove listelli incollati e giuntati con perni incastrati.

Il secondo è al centro della cucina che è congegnata sul modello della casa colonica. Il locale è molto semplice. Una grande parete vetrata occupa un lato. A destra il blocco per cucinare in laminato e acciaio, a sinistra l’interpretazione contemporanea della madia in frassino scuro e nel mezzo il tavolo rettangolare. Anche questo, come molte realizzazioni, discende dalla geometria del quadrato. Anzi del cubo. Ne sono occorsi sedici per i quattro sostegni più novantasei per il piano. Tutto legno massello di acero montato a disegnare una specie di grande scacchiera.

Qui i riferimenti si fanno ancora più sottili, colti e contemporanei.

Non so a voi ma a me ricorda l’immagine di un campo di olivi con tanto di buoi e contadino a badarli. Al centro della fotografia ci sono diversi ragazzi che giocano sopra a certi mobili di laminato disposti alla rinfusa sopra all’erba.

Son sicuro che l’anno dello scatto è il settanta.

Non ricordo invece il disegnatore e neanche il nome o l’azienda produttrice. Sono altrettanto sicuro che il Benci lo saprebbe.


La scappata

La scappata | 2021 Il sedici del quarto si decisero a cercarlo. Se n’era andato verso la fine dell’estate precedente con famiglia, animal...